Mondanità dell'aborto
openmind | 09 Gennaio, 2008 09:44
editoriale dal Manifesto.it di Ida Dominijanni
Quanto sia sacra la
vita umana, ultimativa la decisione di metterne o non metterne una al
mondo (e abissalmente diversa da quella di sopprimerne un'altra per
punirla di un delitto), impegnativa la cura per inserirla nell'umano
consorzio, sono verità che ciascuna donna del pianeta, in qualunque
latitudine, sotto qualunque dio e qualsivoglia regime, conosce assai
meglio di qualunque papa, qualunque principe e qualsivoglia consigliere
di papa e di principe. Papi, principi, aspiranti principi e zelanti
consiglieri lo sanno benissimo, come sanno benissimo che una legge può
riconoscere questa sapienza femminile e il potere sulla vita che ne
deriva, ma nessuna legge può revocarli. Punto.
A capo. Che cosa
muove dunque la mobilitazione permanente sulla questione dell'aborto
che agita le democrazie occidentali, i loro angeli teodem e la cupola
vaticana sopra di loro? Non certo il tentativo, perso in partenza, di
sottrarre alle donne questo primato. Bensì quello di colpevolizzarlo,
privatizzarlo, ricondurlo nell'ombra di quella dimensione «naturale» da
cui la parola femminile lo strappò alcuni decenni fa per portarlo alla
luce del sole, della politica, del diritto. Non è un conflitto sulla
sacralità della vita. È un conflitto, nient'affatto sacro e tutto
mondano, per il potere di parola sulla vita, un conflitto nel quale
alcuni uomini si allineano al Dio creatore che dicono di adorare per
alimentare il proprio desiderio di onnipotenza e rimuovere il limite
imposto a questo desiderio dalla parola dell'Altra.
È un conflitto
antico e ritornante, e non ci sarebbe niente di nuovo se la
strumentalità del momento non ci mettesse, di volta in volta, il sale e
il pepe di qualche macabra aggravante. Non si tratta solo dell'osceno
paragone - più osceno nell'implicita versione papalina che in quella
esplicita del direttore del Foglio - fra l'aborto e la pena di morte.
C'è sotto un altrettanto torbido rimestio fra religione, scienza,
politica, morale e diritto che confonde, piuttosto che rilanciare, il
dibattito pubblico, e non solo in Italia. Anche negli Stati uniti, dove
l'aborto è come sempre una delle issues centrali della competizione
elettorale, la richiesta pressante di una «ridefinizione» morale,
giuridica e politica della questione (e di altre, come l'omosessualità)
passa - si veda il New York Times di domenica - attraverso il
cambiamento dei paradigmi scientifici e dei protocolli medici e
farmacologici. In una sequenza neo-deterministica in cui biologia,
genetica, morale e religione si alleano a produrre un nuovo ordine
«oggettivo» del discorso che fa fuori la soggettività delle donne e
degli uomini in carne e ossa. L'unica tutt'ora in grado di avere la
meglio su una politica laica balbettante, e su un'autorità religiosa
evidentemente così incerta da appoggiarsi alle protesi che trova.