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openmind | 25 Dicembre, 2007 13:11
L'articolo che pubblico, prendendolo dal sito di Liberazione,
è oltre che molto interessante, un bellissimo esempio di quel
giornalismo d'inchiesta che in Italia si comincia finalmente a rifare.
Consiglio a tutti gli anellidi una lettura attenta e anche una
rilettura, benché il pezzo non sia breve. Davide Varì sa metterci del
talento nel suo scritto, e questo articolo rimarrà secondo me nella
storia del giornalismo d'inchiesta italiano. Ho provveduto a mettere in
grassetto le parti più significative dell'inchiesta. Termino questa
brevissima prefazione con una banale nota linguistica: questi
preti, questi guaritori, si esprimono con termini tipici del mondo
omosessuale, che di solito non sono usati, perché non noti, da parte di
chi è eterosessuale. Alle fine dell'inchiesta penso si possa evincere che questi cattolici integralisti che cercano di guarire dall'omosessualità non sono riusciti a guarire nemmeno se stessi.
Sei gay? Vieni da noi, ti curiamo...
Diario di sei mesi in terapia
di Davide Varì
L'appuntamento è con Don Giacomo nella sede delle edizioni Paoline
poco lontano dalla Garbatella, ex quartiere popolare di Roma. Un
incontro per definire tempi e modi del mio ingresso in un gruppo
terapeutico per guarire dall'omosessualità. Un appuntamento sudato: i sedicenti guaritori di gay, almeno in Italia, non vogliono troppa pubblicità. Per rintracciare quello italiano ho dovuto chiamare un gruppo omologo svizzero che mi ha girato la sede milanese di "Obiettivo Chaire",
un'associazione ultracattolica che organizza, sì, incontri terapeutici,
ma soltanto a Milano. Alla fine mi indicano Don Giacomo qui a Roma, un
giovane prelato che, dicono loro, può aiutarmi. E ora, dopo quel lungo
peregrinare, ci sono: finalmente sono di fronte allo studio di Don
Giacomo. La prima tappa del mio percorso di "guarigione". Un
percorso durato circa sei mesi nei quali mi sono ritrovato immerso in
un mondo parallelo fatto di reticenze, mezze verità, ambiguità e strane
alleanze tra ambienti del Vaticano e alcuni gruppi di psicologi guidati
dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore
dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente
di psicologia all'Università Gregoriana.
Ma prima c'è don
Giacomo, il primo livello di valutazione della "gravità del paziente"
spetta infatti a lui, a un rappresentante della Chiesa cattolica. Don
Giacomo è gentile. Dopo vari colloqui telefonici nei quali, con molta
discrezione e molto tatto, mi chiede i motivi che mi spingono verso
questa terapia, arriva il momento dell'incontro. Dopo una breve
presentazione, inizia il colloquio vero e proprio.
Le domande fondamentali sono due o tre: quanti rapporti omosessuali ho consumato, con quale frequenza e le sensazioni che ho provato. Gli
racconto quasi tutta la verità, tutta tranne il fatto che sono un
giornalista e che non sono omosessuale. Gli dico che sono sposato, che
ho un bambina e butto lì un paio di esperienze omosessuali legate alla
mia adolescenza e la preoccupazione che quelle esperienze possano
tornare a galla e rovinare il mio matrimonio. Don Giacomo ascolta con
partecipazione. Poi inizia il lavoro d'indagine per capire le ragioni
della mia omosessualità. Mi chiede dei miei genitori, del rapporto con
mia madre - rispetto alla quale tiro fuori un bel conflitto. Fa sempre
bene, penso: ai preti e agli psicologi piace - gli racconto del ruolo
marginale di mio padre, dei rapporti sessuali con mia moglie, le
relazioni interpersonali e così via. Una scannerizzazione superficiale
ma completa del mio vissuto.
Poi la domanda: «Quando è stata la
prima volta, Davide», mi chiede Don Giacomo. Gli racconto di un mio
compagno di liceo, di tale Luca, col quale ero molto amico e di come
quell'amicizia, col tempo e in modo del tutto inaspettato, si fosse
trasformata in relazione sessuale. Don Giacomo ascolta con attenzione e
partecipazione. Mi vede provato e cambia discorso: «Credi in Dio?» mi
chiede. Io rispondo che provengo da una famiglia molto religiosa ma che
no, non ho mai praticato. Ma ultimamente, aggiungo, sento rinascere in
me qualcosa di diverso. È il momento più delicato, il momento in cui
bisogna scegliere se andare fino in fondo passando sopra le sincere
convinzioni religiose di Don Giacomo, oppure finirla lì e andarsene.
E'
come se mi prendessi gioco della sua fede, e forse nessuno mi da il
diritto di arrivare fino a quel punto. Poi mi convinco che nella realtà
quotidiana questi "guaritori di omosessuali" fanno solo danni: prendono
una persona, nella gran parte dei casi spinta dalla famiglia, gli
raccontano che la propria omosessualità è una deviazione dalla norma e
la invitano a intraprendere, con loro, un percorso di guarigione, anzi,
di "riparazione". Ed allora decido di andare avanti e raccolgo
l'appello di Don Giacomo: «Preghiamo insieme?».
Mi forzo, e da
ateo convinto prego con lui. Finito il momento di raccoglimento Don
Giacomo, con la stessa delicatezza, mi invita a continuare il mio
racconto. «La tua relazione con Luca - mi dice - è stata passiva o solo attiva?».
Don Giacomo vuol sapere se ho «subito» oppure no una penetrazione.
Deve essere solo quello il discrimine fondamentale per capire se
davanti a sé c'è un vero omosessuale. «Attivo e passivo», dico di
botto. «E mi è anche piaciuto», rispondo quasi in senso di sfida, di
fronte a quella domanda così volgare. Volgare non per la cosa in sé,
quanto, piuttosto perchè per la prima volta inizio a intravedere, o
almeno così mi sembra, i veri pensieri di quel prete così giovane e
cordiale. Uno squarcio che smaschera il giudizio che ha di me, anzi, di
"quelli come me".
Don Giacomo annuisce in
modo austero e poi mi chiede di parlargli degli altri rapporti. A quel
punto tiro fuori una relazione fugace con un altro ragazzo "consumata"
dopo il matrimonio. Don Giacomo mi invita a raccontare le sensazioni
che avevo provato. Io mi invento un «senso di sporcizia morale» che
vivo e mi porto dentro tuttora. Il giovane prete è silenzioso. Mi
benedice e mi tranquillizza. «La tua omosessualità - dice - è molto
superficiale. Io credo che tu sia pronto per iniziare il percorso di
guarigione».
A quel punto sono io che faccio qualche domanda e
chiedo lumi su quello che lui chiama "percorso". Don Giacomo, grosso
modo, mi spiega che quasi tutti gli omosessuali hanno subito un trauma
o qualcosa del genere che ha interrotto la "naturale" costruzione della
vera identità sessuale. «Per questo - dice - servono terapie
riparative. Per riprendere in mano quel vissuto, trovare la frattura e
ridefinire la propria identità di genere. Tu sei in uno stato di
confusione sessuale, devi farti aiutare per ridefinire la tua
sessualità in modo corretto». Perfetto, sono pronto per iniziare il
"percorso". Don Giacomo prende un pezzo di carta e scrive telefono e
indirizzo del Professor Tonino Cantelmi, «chiamalo tra una settimana,
digli che ti mando io, lui saprà già tutto». Mi benedice e mi congeda.
***
Il primo incontro con il professor Cantelmi
Lo studio del professor Tonino Cantelmi - Presidente dell'Istituto di Terapia Cognitivo interpersonale, c'è scritto nella targhetta - è
un porto di mare nel quale transitano e approdano le preoccupazioni e
le angosce di varia umanità: ragazzini, adolescenti, mamme, nonne. C'è
di tutto in quello studio. Io mi accomodo e attendo di essere chiamato.
Lui, il professore, ogni tanto esce e saluta il paziente di turno. Con
tutti ha un rapporto molto confidenziale, tutti lo chiamano Tonino.
Finalmente arriva il mio momento. Raccolgo le idee per evitare di
contraddirmi rispetto alla storia che ho raccontato a Don Giacomo
qualche settimana prima. Ripasso lo schema, i nomi inventati dei miei falsi amanti e mi infilo nello studio del Professore.
Lui mi squadra, mi sorride e mi fa accomodare. «Sono Davide, gli dico,
mi manda Don Giacomo». Lui annuisce - «con quel nome mi ha inserito
nella categoria omosessuale pentito», penso tra me - e mi invita a
raccontare la mia storia. A quel punto riparto con la vicenda del
Liceo, della mia relazione col mio compagno di banco e dei timori
rispetto al mio matrimonio dopo un'altra relazione avuta con un ragazzo
un paio d'anni fa.
«Che tipo di rapporti hai avuto?», mi chiede Cantelmi.
Io faccio finta di non capire.
«Voglio dire - continua il Professore - hai avuto rapporti completi?».
Annuisco,
ma aspetto che il professore esca dalla sua tana e mi ponga la domanda,
la domanda con la D maiuscola, in modo diretto. E lui non mi delude: «Insomma Davide - mi dice schietto - sei stato anche passivo nei tuoi rapporti?».
Ci
risiamo, penso tra me. «Sì», rispondo. Decido di fare la parte del
laconico. Da un lato perchè ho paura di contraddirmi, dall'altro perchè
voglio vedere le abilità del professore in azione. Son curioso di
capire in che modo si muove. Come lavora. Ma lui mi sorprende e dopo
quell'unica risposta, pronto a sbarazzarsi di me, prende carta e penna
e scrive il nome di una collega: «Lei è la dottoressa Cacace - mi dice
mentre mi porge il bigliettino - è una mia assistente, contattala a mio
nome. Lei saprà già tutto». Mi sembra di rivedere un film già visto.
Comunque io non voglio perdere l'occasione di ritrovarmi di fronte al
"guru" italiano dei guaritori di gay e allora rilancio prima che lui mi
liquidi. «Senta dottore - gli dico con il massimo di gentilezza - io
vorrei capire di preciso cosa mi aspetta». «Nulla di particolare - fa
lui - la dottoressa ti farà un test..»
«Un test?», faccio eco io
«Sì, un test»
«Un test per misurare il mio grado di omosessualità?», incalzo.
«Beh! In un certo senso sì», fa lui.
«Scusi - gli chiedo - ma cos'è di preciso l'omosessualità?»
A
quel punto Cantelmi si accomoda, allunga le braccia sul tavolo e
comincia: «Io - esordisce - parlerei della tua omosessualità, non di
omosessualità in genere. Diciamo che noi siamo un gruppo di psicologi
che cercano di aiutare persone in difficoltà. La nostra è una terapia riparativa»
***
La terapia riparativa: l'omosessualità come il comunismo
Si
sentiva parlare da tempo di questi taumaturghi del sesso deviato. Una
moda che spopola nel Nord America grazie al lavoro di molti gruppi
legati alla Chiesa, e che segue l'insegnamento e la pratica di Joseph Nicolosi,
presidente della Narth, National Association for Research and Therapy
of Homosexuality. Uno psicologo clinico, questo Joseph Nicolosi, un
"santone" che vanta ben 500 casi di «gay trattati» e curati - proprio
così, «gay trattati» - e che ha tirato fuori dal cilindro della propria
stregoneria psichiatrica la cosiddetta "terapia riparativa" il cui
scopo dichiarato è quello di «ricondurre all'orientamento eterosessuale
le persone omosessuali». Un messaggio che in Italia è stato ripreso e
rilanciato dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore
dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente
di psicologia all'Università Gregoriana. Insomma, il guru italiano
della terapia riparativa, una persona legata a doppio nodo al Vaticano
e intorno al quale è nato un gruppo di lavoro formato da cinque, sei
giovani psicologi che seguono le terapie individuali dei futuri e
"riparati" eterosessuali.
Questa della terapia riparativa è storia
antica. Già nel 2005, la rivista Gay Pride pubblicò un lungo articolo
nel quale ne metteva in dubbio ogni validità e attendibilità
scientifica. Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay,
presentò anche un'interrogazione parlamentare per bloccare, tramite gli
ordini professionali, la terapia riparativa. Anche per questo uno come
J.M. van den Aardweg, lo psicoterapeuta americano che ha scritto
"Omosessualità & speranza", parla di lobby gay all'assalto della
scientificità. Tanto per capire cosa si muove dietro questa presunta
terapia riparativa, lo stesso van den Aardweg sostiene - lo ha fatto in
una recente intervista per "Acquaviva2000, cultura cattolica in rete" -
che molti omosessuali «presentano seri disturbi mentali, o hanno
sviluppato un comportamento omosessuale di proporzioni tali che non
sarebbe tanto sbagliato chiamarli "malati"». Non solo, van den Aardweg
è convinto che per colpa del movimento gay, «le masse non assimileranno
mai completamente la concezione antinaturale che viene loro imposta. Andrà
come con il comunismo. Molti, probabilmente i più, presteranno
all'innaturale "religione" omosessuale un culto formale, dettatogli
dalla paura, ma si finirà col crederci sempre di meno».
Questi
sono gli illustri scienziati che sponsorizzano la terapia riparativa.
Ancora più esplicite le parole d'ordine del già citato gruppo
ultracattolico "Obiettivo Chaire": «Accompagnamento spirituale,
psicologico e medico; attenzione rivolta a genitori, insegnanti ed
educatori al fine di prevenire l'insorgere di tendenze omosessuali nei
ragazzi, negli adolescenti e nei giovani; ricerca delle
cause(spirituali, psicologiche, culturali, storiche) che contribuiscono
alla diffusione di atteggiamenti contrari alla legge naturale,
riconoscibile dalla ragione rettamente formata».
Poi
l'immancabile Joseph Nicolosi, lo psicologo-clinico americano che ha
inventato la terapia riparativa. A giorni sarà in Italia per aggiornare
i suoi seguaci e illustrare loro, verosimilmente, le ultime novità
della sua terapia. Queste le idee di fondo: primo, alla luce delle
scienze sociali la forma di famiglia ideale per favorire un sano
sviluppo del bambino è il modello tradizionale di matrimonio
eterosessuale; secondo, l'identità sessuale si forma in un'età precoce
sulla base di " fattori biologici, psicologici e sociali"; terzo,
esistono numerosi esempi di persone che sono riuscite a cambiare il
loro comportamento, identità, stimoli o fantasie sessuali.
A
sostegno di queste tesi sono nati i movimenti "ex-gay", persone
"riparate" e spesso convertite al cattolicesimo che hanno lo scopo
dichiarato di dimostrare che dall'omosessualità è possibile "guarire".
Il bello della faccenda è che sempre più gruppi di "ex gay" vengono
sciolti per il fatto che molti associati hanno ri-trovato un partner
dello stesso sesso proprio in quell'organizzazione.
***
La terapia riparativa di Cantelmi
Cantelmi
cerca di adattare su di me, sul mio caso, le ragioni di quella terapia.
Parla di traumi infantili che generano confusione in un mondo già pieno
di contraddizioni e di liquidità nei rapporti interpersonali. Il tutto
per spiegare che in un certo senso
i comportamenti della persona
omosessualità sono indotti da questa schizofrenia esterna. Non solo
omosessuali però. Il professor Cantelmi è infatti convinto, e me lo
spiega, che la nostra epoca è caratterizzata da una grossa compulsività
sessuale: una dipendenza che colpisce migliaia di persone e tra questi
tanti, tantissimi giovani. Mi parla di «relazioni malate con il sesso»,
di «perdita di controllo» e così via.
«E in tutto questo, l'omosessualità?», chiedo io.
«Beh, il mio studio è pieno. Abbiamo la fila. Ci sono centinaia di ragazzi che chiedono aiuto».
«Vede
- dico cercando di stanarlo - io non so bene se sono omosessuale. Non
capisco se sono vittima di una sorta di disagio psichico o se devo
assecondare queste mie pulsioni».
«Non preoccuparti Davide - mi dice
sereno e sorridente - dal tuo profilo mi sembra di poter parlare di una
ansia generalizzata e di una leggera nevrosi che in qualche modo
condiziona e devia le tue scelte sessuali. Ora faremo il test e avremo
più elementi per poter scegliere la terapia migliore».
***
Il Test ed i discepoli del professore e la cura
La
dottoressa Cristina Cacace dell'Istituto di terapia cognitivo
interpersonale diretto da Cantelmi mi accoglie sorridente nel suo
studio. Mi osserva, anzi mi scruta con insistenza. «Ora mi becca -
penso io - scopre che sono un infiltrato e mi caccia». E invece no.
Evidentemente la diagnosi del Professor Cantelmi deve avermi
suggestionato. Un po' nevrotico, perseguitato, mi ci sento davvero.
Fatto sta che lei mi invita con gentilezza nel suo studio targato Ikea,
mi fa accomodare e mi interroga: nome, cognome, età, indirizzo,
telefono e stato civile. Io rispondo senza esitare e attendo, anche
qui, "la" domanda . Ma la dottoressa Cacace già sa e non c'è bisogno di
alcuna premessa.
Saltiamo direttamente ai particolari più
intimi: quante volte, e fino a che punto. «Fino a che punto in che
senso?», chiedo io. Lei sorride. Mi chiedo se lei, giovane psicologa,
crede davvero alle follie e alla violenza di questa benedetta "terapia
riparativa" oppure se è li, in quel piccolo studio solo perchè non
trova nulla di meglio. Ma i miei pensieri vengono interrotti dalla
domanda della dottoressa: «Davide, i tuoi rapporti omosessuali sono stati solo attivi o anche passivi»? Sento
un forte disagio di fronte a quella domanda ricorrente, ossessiva. Mi
viene in mente il lato pruriginoso e voyeuristico di chi la pone. Alla
fine rispondo come ho già risposto a Don Giacomo e al professor
Cantelmi: «Sì, attivo e passivo». Poi racconto anche a lei del mio
rapporto conflittuale con mia madre, delle assenze di mio padre e
aggiungo che ogni tanto, da piccolo,venivo scambiato per bambina. La
giovane assistente di Cantelmi annuisce gravemente e mi fissa
l'appuntamento per il test di personalità. «Dopo il test - mi dice
prima di accompagnarmi alla porta - sapremo meglio come trattare la tua
situazione».
Pochi giorni dopo sono di nuovo lì e scopro
che il Test dura circa quattro ore ed è nient'altro che il cosiddetto
"Test Minnesota" quello che utilizzano le forze armate di mezzo mondo
per selezionare il proprio personale. Seicento domande
circa che dovrebbero dare risposte su eventuali deviazioni del
candidato: ipocondria, depressione, isteria, deviazione psicopatica,
mascolinità o femminilità, paranoia, psicastenia, schizofrenia,
ipomania e introversione sociale. Un pout-pourri che, tra le altre
cose, dovrebbe mettere in luce le mie tendenze omosessuali. Comunque la
dottoressa mi dà i fogli, un penna e mi piazza in corridoio. Inizio a scorrere le domande: «Hai avuto esperienze molto strane?»; oppure, «Ti piacerebbe essere un fioraio?».
A quest'ultima rispondo di sì spinto dalla banalità della
considerazione; Forse chi sceglie di fare il fioraio, secondo loro, ha
una predisposizione ha diventare un po'checca.
D'un tratto vengo
colpito e distratto dalla presenza silenziosa di una signora e di un
giovane adolescente. Sono madre e figlio. Lui mi sembra particolarmente
timido, a disagio. Non posso saperlo, ma potrebbe benissimo
trattarsi di un ragazzino forzato dalla madre per arginare, almeno
finché è in tempo, la «propria devianza omosessuale». Di nuovo penso a
quanto sia angusta questa pratica e a quanta violenza abbia in sé.
Penso alla pressione che può subire un ragazzino di 15-16 anni che sta
scoprendo la propria sessualità. La preoccupazione, spesso in buona
fede, dei genitori e la scelta di far qualcosa per fermare quella
"scoperta" piuttosto che accoglierla e sostenerla. Poi la signora e il
ragazzino si infilano in una delle tante stanze dello studio degli
allievi di Cantelmi e io torno al mio test infinito: «Hai mai compiuto
pratiche sessuali insolite?»; «Ti piaceva giocare con le bambole?»;
«Qualcuno controlla la tua mente?»; «Hai spesso il desiderio di essere
di sesso opposto al tuo?»; «L'uomo dovrebbe essere il capo
famiglia?»... Finite le domande, torno in stanza dalla dottoressa.
Lei
ripone le mie scartoffie che già contengono il risultato del mio "grado
di omosessualità" e tira fuori una decina di cartoncini colorati da
figure bizzarre. Sono le macchie del test di Rorschach. Spruzzi
indefiniti di colore, che agiscono in modo inconscio attivando reazioni
proiettive. Insomma, di fronte a quelle macchie sono invitato a
rintracciare e comunicare figure sensate. Io mi lancio sforzandomi di
vedere peni, vagine, ani e così via. Individuo anche un paio di feti
appesi per il cordone ombelicale. Dò il peggio di me, cercando di
convincere la dottoressa Cacace che la mia sessualità è particolarmente
deviata, talmente corrotta e omosessuale da meritare le sue cure. Ma
lei, di fronte al mio sproloquio genitale non fa una piega: sfila uno
dopo l'altro i cartoncini del test e prende diligentemente appunti.
Nel frattempo si
accosta a me ed io non trattengo un'occhiata fugace alla scollatura.
Lei, sorpresa, si ritrae, si copre e mi guarda con imbarazzo. Insomma,
dopo tutto quel parlare della mia omosessualità probabilmente sono
caduto nella banalità di voler riaffermare la mia "mascolinità" di
fronte a una donna. Per la prima volta, in un certo senso, vivo sulla
mia pelle la forza e la violenza del condizionamento sociale e
culturale che vivono i gay. Poi, riprendo con le mie figure...
***
I risultati del test, quanto sono omosessuale?
«Non
molto, la tua omosessualità è davvero sfumata», mi dice la dottoressa
Cacace mostrandomi una ventina di pagine che contengono la mia
"diagnosi". «Omosessualità sfumata», proprio così. A
quel punto chiedo maggiori spiegazioni. «Allora, io direi che siamo di
fronte ad una nevrosi che ha indotto una deviazione sessuale - continua
lei - sarà il professor Cantelmi a spiegarti meglio.
Dopo
qualche giorno sono di nuovo nella sala d'attesa del professore. La
sensazione è la stessa: un porto di mare aperto a tutti i "casi umani".
Cantelmi, cortese e accogliente come sempre, sfoglia i risultati del
mio test e mi parla di "leggera nevrosi e depressione" che avrebbe
indotto la mia deviazione sessuale, l'uscita dai binari di una
sessualità sana e consapevole. «Tu non sei propriamente un
omosessuale», mi dice. «La tua mi sembra più una preoccupazione
determinata da alcuni episodi legati all'infanzia». Poi attacca con il
conflitto con mia madre e l'assenza di mio padre, da me del tutto
inventata, che mi avrebbe privato di una figura maschile forte, una
figura di riferimento su cui avrei dovuto modellare la mia sessualità e
definire il mio genere. Dunque non sono del tutto omosessuale.
Forse la terapia è già iniziata. Negare la mia omosessualità è il primo passo verso la "guarigione". Probabilmente è una modalità per iniziare a smontare la convinzione del "paziente". Sentirsi dire, «non
sei propriamente omosessuale», forse, significa iniziare a
destrutturare la personalità dell'individuo, le sue convinzioni e
metterlo di fronte al fatto - un fatto certificato da uno psicologo -
che la sua omosessualità non è mai esistita. Anzi, che
l'omosessualità in sé non esiste se non nei termini di una deviazione
dalla norma, dall'unica norma reale: l'eterosessualità.
«A questo punto - continua poi il professore - si tratta di andare a ripescare quelle fratture e superarle attraverso una terapia adeguata».
«Che
tipo di terapia?» chiedo io. «Una terapia individuale. Ti seguirà un
mio assistente, ma io - mi tranquillizza - sarò costantemente informato
dei tuoi progressi». «Ma io sapevo di gruppi di mutuo-aiuto, pensavo
che mi inserisse lì». «I gruppi ci sono - mi dice lui - ma sono gruppi
con persone che hanno una forte devianza sessuale. Non credo che sia la
terapia migliore per il tuo stato. Non so, vedremo».
Io non mollo la
presa e cerco di scoprire cosa accade dentro quei gruppi. «Sono gruppi
di persone guidate da psicoterapeuti che condividono le propria
esperienza verso un percorso riparativo», aggiunge frettolosamente
Cantelmi. Poi si alza, mi dà il numero di telefono dell'ennesimo
psicologo, ovviamente un altro assistente, e mi regala un libro: "Oltre l'omosessualità" di Joseph Nicolosi.
Nicolosi,
proprio lui, il guru dei guaritori, il creatore della terapia
riparativa, quello che vanta ben 500 casi di «gay trattati», anzi,
riparati. «Leggilo - mi dice - troverai situazioni simili alla tua.
Persone come te che ce l'hanno fatta».
***
Il libro di Nicolosi
"Oltre
l'omosessualità" di Joseph Nicolosi è una raccolta di storie di vita.
Otto storie di omosessuali corretti, riparati, e un'appendice finale
sulle modalità della terapia. Tra loro Albert, un trentenne che «parla
con tono leggermente effeminato e la nostalgia - sottolinea Nicolosi -
di un bambino perduto». E in effetti il problema di Albert, racconta
Nicolosi nel suo libro, è proprio il suo attaccamento al mondo perduto
dell'infanzia. Di qui un'illustrazione delle caratteristiche ricorrenti
nelle persone omosessuali: attrazione distaccata per il proprio corpo,
prime esperienze sessuali con altri bambini, ipermasturbazione, - «gli
omosessuali - spiega Nicolosi - si masturbano più spesso degli
eterosessuali: è un tentativo di stabilire un contatto rituale con il
pene» - e una figura materna opprimente. A quel punto l'obiettivo del
dottor Nicolosi è quello di «sviluppare un senso più solido della
mascolinità» di Albert. Come? Innanzi tutto affrancandosi dall'opprimente legame materno, coltivando amicizie maschili non sessuali e facendo lunghi giri in bicicletta. Lunghi giri in bicicletta, proprio così.
Finalmente arrivano i primi progressi: Albert riesce a controllare la
masturbazione, si distacca dalla madre, non salta addosso al suo amico
e continua a girare in bici per il quartiere. «Le stanno succedendo
proprio delle belle cose», confida il dottore ad Albert. Tre anni dopo
Albert ha una voce sicura, ogni inflessione femminile è sparita, si è
«staccato emotivamente dagli altri maschi e dalla mascolinità», e si è
affrancato dal controllo materno: la colpa originaria, la causa della
sua omosessualità; Albert si è anche fidanzato con una ragazza. Insomma
è riparato. Ed è riparato perchè «ha afferrato - commenta Nicolosi - il
concetto del falso sé»: la falsa identità gay che l'esterno ti impone.
«No, non sono gay», è l'ultimo commento di Albert prima di iniziare la
sua nuova vita da eterosessuale.
Altra vicenda interessante raccontata da Nicolosi è quella di Tom: «Un uomo straordinariamente bello, alto circa 1m e 80, occhi azzurri e ben vestito».
(chissà che anche Nicolosi non tradisca una tendenza omosessuale: il
guaritore dei gay che scopre di essere gay, un grande classico già
visto mille volte). Tom è sposato, ma separato a causa di una relazione
con un altro ragazzo: «Andy, un ventiquattrenne irresistibile».
Nicolosi è chiaro con Tom: «Se lei vuole divorziare da sua moglie e
iniziare la sua nuova vita con il suo amante gay io non la seguo». Il
fatto è che Tom si sente vuoto senza la moglie e i figli e non sa come
presentarsi in società, come tirare fuori la sua omosessualità.
Un
paio di buone ragioni per iniziare la terapia riparativa. Il fatto è
che, almeno per Nicolosi, Tom è un omosessuale anomalo: «Non ha
problemi di affermazione nei confronti degli altri uomini, in affari è
deciso e risoluto ed è estroverso. Ma sotto sotto - svela Nicolosi - ha
la fragilità emotiva tipica degli omosessuali». A farla breve, Tom ha
una paura nera di perdere la moglie e i figli e ritrovarsi solo perché
«le relazioni omosessuali sono senza futuro». A quel punto Nicolosi
incontra la moglie di Tom che ha tutta l'intenzione di collaborare per
riportare il marito sulla retta via. Un lavoro che riesce, ma i segni
dell'omosessualità hanno lasciato la loro traccia indelebile: Tom è Hiv
positivo e di lì a poco muore. Il messaggio, meglio, l'avvertimento di
Nicolosi è fin troppo chiaro: attenzione, di omosessualità si può
guarire ma anche morire.
***
Prove di guarigione
Quando
torno nello studio del professor Cantelmi scopro che la mia guarigione
è nelle mani di un suo giovanissimo assistente. Anche lui sfoglia i
risultati del mio test, e inizia a parlare del percorso che abbiamo
davanti. «Ripercorreremo il conflitto con tua madre, l'assenza di tuo
padre, cercando di ricomporre le fratture che hanno generato la
confusione».
«Confusione?»
«Si, certo, confusione di genere. Ma
prima Davide - continua il giovane dottore - parlami della tue
esperienze omosessuali». Per la quarta volta mi ritrovo a parlare del
mio compagno di Liceo e racconto delle paure del mio matrimonio. Ma la
Domanda arriva: «Davide, i tuoi rapporti sono stati completi?». «Vuol sapere se l'ho preso nel di dietro dottore? Sì, due volte», rispondo seccato. Lui sorride imbarazzato. Ma in effetti è proprio quello che voleva sapere. Poi si riprende e attacca. «Vorrei
anche sapere le sensazioni che hai provato». Sull'orlo dell'esaurimento
per quelle domande così ripetitive e di basso livello, attacco un
pilotto infinito. Gli racconto, invento, ogni particolare.
Gli parlo dell'eccitazione del rapporto omosessuale maschile, del senso
di trasgressione e richiamo alla mente alcuni passaggi particolarmente
suggestivi e "scabrosi" descritti da uno dei pazienti del libro di
Nicolosi. Lui si beve tutto e prende diligentemente appunti. Finalmente
gli ho offerto il "malato" che è in me e mi sembra visibilmente
soddisfatto.
Io inizio a provare un senso di nausea.
Nausea per Don Giacomo, per il professor Cantelmi e per i suoi giovani
assistenti. Sono passati sei mesi dal mio primo incontro e a questo
punto mi sembra di non riuscire a sopportare oltre. Mi rendo conto che in questo lungo periodo abbiamo solo parlato del mio didietro. Per
la prima volta realizzo che nessuno di loro mi ha mai chiesto se mi era
capitato di innamorarmi di qualche uomo. Nessuno ha mai voluto sapere
le mie emozioni di fronte ai rapporti omosessuali. Possibile
che non gli interessi altro che il numero di penetrazioni "subite"? Il
giovane psicologo mi fissa un nuovo appuntamento. Io lo saluto e
sparisco. Non metterò mai più piede in quello studio. Ormai ne so
abbastanza.
Centro di iniziativa_
******Gay******
*****Lesbica*****
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la rettifica del prof. cantelmi
sara | 29/01/2008, 14:07
«Il presidente dell’Arcigay ascolti i miei pazienti»
Articolo pubblicato su Avvenire del 10 gennaio 2008-01-10 di Tonino Cantelmi
Difficile non condividere quanto recentemente affermato dal presidente nazionale dell’Ordine degli psicologi Giuseppe Luigi Palma, che invoca il rispetto per i codici valoriali dei pazienti che consultano uno psicoterapeuta e pone un altolà a discriminazioni di ogni genere. Difficile però leggere questo a senso unico e titolare, come fa Liberazione, «l’Ordine degli psicologi condanna Cantelmi» (e invece fa solo un comunicato che ribadisce alcuni principi a mio parere indiscutibili). Al di là dell’attacco strumentale e dal tono chiaramente intimidatorio, non avrei difficoltà neanche a sottoscrivere quello che afferma Mancuso, presidente dell’Arcigay, che in un altro precedente editoriale terminava anche con un passaggio omeletico in cui ricordava a me la misericordia di Dio. Il fatto: una presunta inchiesta di Liberazione riportava la vicenda di un giornalista che mi chiede, sotto mentite spoglie, aiuto e che poi strilla che quel medico cattolico e clericale lo voleva 'curare'. Inchiesta smentita nel dettaglio, grossolana, incompleta, strumentale. Da ciò nasce il caso, montato ad arte: esistono in Italia reti clandestine (davvero?) cattoliche di terapeuti che fanno terapie forzate ai gay. È inutile smentire ancora, si rischia di essere ripetitivi. Intanto riparte il tam tam mediatico con blog, siti, agenzie, ecc… Rinuncio a ristabilire la verità, ma raccolgo l’invito di Mancuso ad una discussione (pacata e serena mi auguro). E allora: quali sono i temi in gioco? Anche se ritengo che discussioni più tecniche vadano rimandate nelle sedi appropriate (quelle del dibattito scientifico), provo a semplificare, sperando che nessuno voglia strumentalizzare quello che dico.
Primo: nessuna terapia 'riparativa'. Da tempo sostengo che il termine 'riparativa' sia ideologico, come quello 'affermativa'. Esiste la terapia, secondo modelli convalidati scientificamente, ed esiste la domanda di psicoterapia. Esiste il lavoro di decodifica del terapeuta ed esiste il consenso del paziente. Si può discutere di questo?
Secondo: nessuna diagnosi di omosessualità. Questo non vuol dire non prendere in esame quella che l’ICD-X (cioè il sistema di classificazione ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) chiama 'sessualità egodistonica' e la comprende nella categoria 'Psychological and behavioural disorders associated with sexual development and orientation'. Attenzione! L’ICD-X (il più ufficiale e recente sistema di classificazione) chiarisce che ciò vale per tutti: eterosessuali ed omosessuali e specifica che «l’orientamento sessuale da solo non riguarda questo disturbo». Sottoscrivo e credo che questo possa mettere a tacere ogni speculazione. Nessuna omofobia. Vogliamo mettere in discussione l’ICD-X? Si può fare, attiene alla ricerca scientifica, ma al momento questa è la posizione ufficiale dell’OMS.
Terzo: rispetto dei codici valoriali del paziente. Ottimo, ma anche questo vale per tutti. Che debbo rispondere alla lettera di denuncia che proprio oggi mi giunge da un uomo della Basilicata che si dice 'violentato' perché il suo terapeuta lo pressa per la separazione coniugale che invece contrasta con i suoi valori più profondi? Ne vogliamo parlare? Davvero nessuno ha mai preso in esame le lamentele di pazienti che aderiscono con convinzione a movimenti ecclesiali e che sono profondamente turbati da terapeuti che non rispettano il loro codice valoriale?
Quarto: la presunta neutralità del terapeuta. Innumerevoli studi metodologici ed epistemologici dimostrano che il terapeuta non è neutrale. Sostenerne la neutralità è semplicemente antiscientifico. E allora: non è forse più etico (ma direi semplicemente onesto) dichiarare le premesse antropologiche ed i presupposti epistemologici che sono dietro ogni modello terapeutico? Questo mi sembra un punto su cui debba essere promossa in Italia una ricerca autentica.
E infine: è vero, ho invitato Mancuso a passare con me una settimana, nel mio studio, per verificare se sia stato giusto prestarsi ad una operazione mediatica di linciaggio così, a mio parere, ingiusta. Rinnovo l’invito e alzo il tiro: potrà accedere, con il permesso dei pazienti, all’agenda degli appuntamenti, allo scambio di mail, alle innumerevoli telefonate, agli sguardi ed alle sofferenze dei pazienti stessi, insomma a tutto il lavoro svolto.