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openmind | 05 Ottobre, 2007 15:58

di CURZIO MALTESE
"Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i
soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati". Camillo Ruini non
esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota
e nera. Un anno dopo l'arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto
vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus,
dall'arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La
crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il
giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per
aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma
dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più
azzeccate. Nel "ventennio Ruini", segretario dall'86 e presidente dal
'91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica
e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo
centrale nel dibattito pubblico italiano e all'interno del Vaticano,
come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande
elettore di Benedetto XVI.
Le ragioni dell'ascesa
di Ruini sono legate all'intelligenza, alla ferrea volontà e alle
straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un'altra
chiave per leggerne la parabola si chiama "otto per mille". Un fiume di
soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del
1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull'Irpef, e sfocia
ormai nel mare di un miliardo di euro all'anno. Ruini ne è il dominus
incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti,
è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati
collaboratori, ad avere l'ultima parola su ogni singola spesa, dalla
riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa
agli investimenti immobiliari e finanziari.
Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica
costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto
politico. Oltre quattro miliardi di euro all'anno, tra finanziamenti
diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La
prima voce comprende il miliardo di euro dell'otto per mille, i 650
milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell'ora di religione
("Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire",
nell'opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700
milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e
sanità. Poi c'è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi,
dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all'ultimo raduno di Loreto (2,5
milioni di euro), per una media annua, nell'ultimo decennio, di 250
milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla
Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al
Vaticano, oggi al centro di un'inchiesta dell'Unione Europea per "aiuti
di Stato". L'elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza
si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato
incasso per l'Ici (stime "non di mercato" dell'associazione dei
Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in
altri 600 milioni l'elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo
cattolico, che gestisce ogni anno da e per l'Italia un flusso di
quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro
miliardi all'anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto
o un Mose all'anno, più qualche decina di milioni.
La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli
democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto
agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli
spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il
"costo della democrazia", magari con migliori risultati.
Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai
preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte
perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell'otto per mille
sull'Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all'epoca "di
sinistra" come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna
alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base
percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce
"otto per mille" ma grazie al 35 per cento che indica "Chiesa
cattolica" fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi,
Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra
quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì
già nell'84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini.
Ma pur considerando il meccanismo "facilitante" dell'otto per mille,
rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben
destinati, con un ampio "ritorno sociale". Una mezza finanziaria,
d'accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti
sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le
falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l'impegno nel
Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma "quanto" veri?
Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire
dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte
insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull'otto per
mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei
vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e
all'estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri
quattro euro servono all'autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento
del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani,
rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce
all'interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio
controllo, sotto voci generiche come "esigenze di culto", "spese di
catechesi", attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l'altro
paradosso: se al "voto" dell'otto per mille fosse applicato il quorum
della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.
Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime
culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso,
doloroso e censuratissimo dibattito sul "come" le gerarchie vaticane
usano il danaro dell'otto per mille "per troncare e sopire il dissenso
nella Chiesa". Una delle testimonianze migliori è il pamphlet "Chiesa
padrona" di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell'Avvenire, il
quotidiano dei vescovi. Al capitolo "L'altra faccia dell'otto per
mille", Beretta osserva: "Chi gestisce i danari dell'otto per mille ha
conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti
ecclesiali e teologici". Continua: "Quale vescovo per esempio - sapendo
che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un
seminario o a riparare la cattedrale - alzerà mai la mano in assemblea
generale per contestare le posizioni della presidenza?". "E infatti -
conclude l'autore - i soli che in Italia si permettono di parlare
schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in
pensione, che non hanno più niente da perdere...".
A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di "Chiesa
padrona", rifiutato in blocco dall'editoria cattolica e non pervenuto
nelle librerie religiose, si capisce che la critica al "dirigismo" e
all'uso "ideologico" dell'otto per mille non è affatto nell'universo
dei credenti. Non mancano naturalmente i "vescovi in pensione", da
Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a
Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo
corso: "I vescovi non parlano più, aspettano l'input dai vertici...
Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti,
monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo
il nome che è stato indicato". Il già citato Vittorio Messori ha
lamentato più volte "il dirigismo", "il centralismo" e "lo strapotere
raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa". Alfredo Carlo Moro, giurista
e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato
una sofferta accusa: "Assistiamo ormai a una carenza gravissima di
discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio;
delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il
presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea,
altrimenti tacciono".
La Chiesa di vent'anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua
scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le
finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La
cultura cattolica si sente derisa dall'egemonia di sinistra, ignorata
dai giornali laici, espulsa dall'universo edonista delle tv
commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è
una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare
nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra
tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere
movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di "scoprire"
l'antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don
Puglisi a Brancaccio, l'impegno di don Italo Calabrò contro la
'ndrangheta.
Dopo vent'anni di "cura
Ruini" la Chiesa all'apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e
potente e ascoltata a Palazzo, governa l'agenda dei media e influisce
sull'intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su
uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto
politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la
moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle
fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le
chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in
vent'anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il
matrimonio e il battesimo sono in diminuzione.
Il clero è vittima dell'illusoria equazione mediatica "visibilità
uguale consenso", come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella
vita reale rischia d'inverarsi la terribile profezia lanciata
trent'anni fa da un teologo progressista: "La Chiesa sta divenendo per
molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in
essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di
uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo
ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del
cristianesimo". Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.
(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)
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