politica o quasi
openmind | 11 Settembre, 2007 21:16
L'abissale distanza
Ida Dominijanni
Tento
di entrare nel blog di Beppe Grillo e non ci riesco: è troppo affollato
e il computer mi dice di riprovare dopo. Guardo i giornali del giorno
dopo il V-Day e resto perplessa: c'è qualcosa di stonato in
quell'insistente disquisire se la piazza di Bologna fosse politica o
antipolitica, tipo la peste manzoniana che non si sapeva se fosse
sostanza o accidente; c'è qualcosa di falso in quei titoli che
annunciano che il Palazzo, l'Unione e il centrodestra sono «scossi» dal
V-Day, tanto si sa che resisterebbero pertinaci a ben altri terremoti;
c'è qualcosa di patetico nelle interviste a Rosi Bindi che pensa che il
problema sia tagliare i vitalizi. Magari. Ma non siamo più nel '92, e
il problema non è più solo la moralizzazione di un ceto politico (non
solo nazionale: il meglio e il peggio, in Italia, avviene ormai a
livello regionale e locale) che in larga parte, a proposito di
terremoti, dopo Tangentopoli ha ricominciato impavido come prima e
peggio di prima a curare, diciamo così, i propri affari. Il problema,
ha ragione Beppe Grillo a ribadirlo, è l'abissale distanza di
linguaggio che si è aperta fra la politica ufficiale e quello che le
persone comuni si aspetterebbero dalla politica, a partire dalla
soluzione di alcuni basilari problemi di civiltà che hanno a che fare
con il lavoro, la gestione dei soldi pubblici, l'acqua, i rifiuti, il
mare pulito, gli ospedali, i trasporti eccetera, che dal lessico della
politica ufficiale sono semplicemente scomparsi. Il successo del V-Day,
prima che nei contenuti, misti e spuri come sono sempre i contenuti
delle manifestazioni di piazza, sta nella forma in cui è stato
organizzato ed è cresciuto. Un blog in rete. Con l'immediatezza,
anch'essa mista e spuria, dei blog in rete. Dove chiunque dice la sua,
come sa e come può. Ma la dice e si riprende, direbbero i linguisti, la
propria competenza simbolica sulla cosa pubblica, invece che stare a
sentire passivamente quello che (non) dice l'ospite di turno del
talk-show di turno.
Ora quando c'è di mezzo un cambiamento di
mezzo e di linguaggio, c'è di mezzo un cambiamento di sostanza, ed è
abbastanza inutile spaccare il capello in quattro sulla politica e
l'antipolitica, per la semplice ragione che è precisamente sul senso
della parola «politica» che si gioca il conflitto, non essendo più
condiviso il suo significato ufficiale. Il punto è questo e non da oggi
e nemmeno da Tangentopoli ma dal '68, sia pure in forme molto diverse
nelle diverse stagioni della storia repubblicana. Le ultime delle
quali, appunto da Tangentopoli in poi, va detto che non sono state
certo le più gloriose né sul fronte del Palazzo né sul fronte della
società civile.
Che il ceto politico pensi, bontà sua, che sia in
corso una ennesima «scossa» rimarginabile con qualche aggiustamento non
fa che confermare l'abissale distanza che lo separa dal sentire comune.
Eppure l'abissale distanza non c'era bisogno del V-Day per percepirla:
bastava fare due chiacchiere in spiaggia per capire che cresce di
giorno in giorno, per la semplice ragione che sono ormai crollati alibi
e illusioni che per più di quindici anni hanno contribuito a
dilazionare il problema: l'illusione che la cosa pubblica si potesse
risanare per via giudiziaria, l'illusione che Berlusconi ce lo avesse
portato la cicogna e bastasse mandarlo a casa per eliminare il
problema, l'illusione che il bipolarismo fosse un'alternanza di visione
del mondo...adesso che il re è nudo anche nel centrosinistra, non
perché sia uguale al centrodestra ma perché non ha alcuna visione del
mondo, è chiaro che il problema, come si diceva una volta, è di
sistema. La politica va reinventata, e non c'è alcuna possibilità,
spiace per Rosi Bindi, che quella che ufficialmente si (auto)definisce
«politica» sia in grado di autoriformarsi. Le scosse continueranno, per
quanto estemporanee o balbettanti o qualunquiste o populiste, e non è
affatto detto che crepa dopo crepa il Palazzo resti in piedi.