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Lesbiche di Palestina : una lingua che nessuno ha mai parlato di Brian Whitaker

openmind | 06 Novembre, 2006 17:41

 

"Quando Rauda Morcos senti' dire che c'era una mailing list per le lesbiche
palestinesi, dapprima non riusci' a crederci. "Pensavo fosse uno scherzo.
Prima d'allora, credevo di essere l'unica lesbica al mondo a parlare arabo"....

La lista certamente non era uno scherzo, ma in una societa' in cui le
relazioni fra persone dello stesso sesso sono ancora tabu', le aderenti alla
lista tenevano molto alla privacy. L'unico modo per aggiungersi era tramite
una raccomandazione personale.
"Alla fine riuscii ad iscrivermi", ricorda Rauda, "E scoprii che c'erano un
bel mucchio di donne lesbiche, anche se non potevano dirlo apertamente".
Dopo aver corrisposto via e-mail per qualche mese, Rauda penso' che sarebbe
stato bello incontrare di persona alcune delle donne invisibili e nel
gennaio 2003, assieme all'amica con cui condivide l'abitazione, organizzo'
una riunione.

"Non avevamo aspettative, ma otto donne vennero. E l'incontro duro' otto
ore, e penso che nessuna avesse voglia di tornare a casa". Questo incontro
segno' la nascita di "Aswat" (Voci), la prima organizzazione di arabe
lesbiche a funzionare apertamente in Medio Oriente.
"Durante la riunione comprendemmo di avere una grossa responsabilita' verso
le altre donne della nostra comunita'. Tentammo di contattare diverse
organizzazioni e mandammo lettere, ma l'unica risposta venne da "Kayan"
(Essere), un gruppo di femministe di Haifa. Troppe ong non pensano alla
nostra istanza come ad un diritto umano, e non vogliono esservi associate".
Tre anni piu' tardi, tuttavia, "Aswat" conta piu' di settanta socie sparse
fra la West Bank, Gaza ed Israele (dove il gruppo ha una sede). Solo circa
una ventina partecipa regolarmente alle riunioni: il bisogno di tenere
segreta la propria sessualita' e le restrizioni ai movimenti imposte da
Israele impediscono ad altre donne di partecipare, tuttavia esse si tengono
in contatto tramite e-mail e il forum di discussione on line.
Segni positivi cominciano ad apparire, dice Rauda Morcos: "Facciamo un gran
mole di lavoro all'interno della comunita', per esempio con i gruppi di
giovani. Io credo che il movimento gay/lesbico stia iniziando ad esistere
per noi come palestinesi".
Uno degli scopi di "Aswat" e' riuscire a fornire informazioni sulla
sessualita' che sono ampiamente disponibili ovunque in altre lingue, ma che
non sono mai state pubblicate in arabo. Non si tratta semplicemente di un
problema di traduzione, spiega Rauda: "Non so come dire 'fare l'amore' in
arabo senza suonare sciovinista, aggressiva ed alienata dall'esperienza. Si
tratta di sviluppare una 'lingua madre' con espressioni positive,
affermative e non svilenti rispetto alla donne, alla sessualita' lesbica ed
al genere. Stiamo creando una lingua che nessuno ha mai parlato prima".
Un riconoscimento per il lavoro di "Aswat" e' arrivato agli inizi di
quest'anno, quando Rauda Morcos ha vinto il premio "Felipa de Souza" della
Commissione internazionale per i diritti umani dei gay e delle lesbiche. La
motivazione del premio la descrive come "un vero esempio di guida coraggiosa
ed efficace nell'ambio dei diritti umani", ma Rauda ha subito aggiunto che
molto lavoro viene fatto da donne che restano dietro le quinte.
Invitata questo mese a Londra dalla Campagna di solidarieta' con la
Palestina, Rauda Morcos ha spiegato la necessita' che ha fatto di lei il
volto pubblico di "Aswat". Numerose donne coinvolte nel gruppo non vogliono
essere identificate, spesso per buone ragioni. "Ma se per il momento non
vogliamo uscire allo scoperto come persone, facciamolo almeno come
movimento".
Lo stesso coming out di Rauda non fu del tutto volontario, ed ebbe
conseguenze particolarmente spiacevoli. Nel 2003, fu intervistata dal
giornale israeliano "Yedioth Ahronot" sulle poesie che scrive. Parlando
menziono' la propria sessualita', solo per trovarsela in prima pagina, nel
titolo dell'articolo.
"Di colpo, sembro' che tutta la popolazione araba della mia cittadina, nel
nord di Israele, che generalmente credevo indifferente ai supplementi
letterari dei giornali ebraici, avesse letto l'articolo e avesse qualcosa da
dire su di me. I proprietari dei negozi facevano fotocopie e le
distribuivano. Le conseguenze furono piu' serie di quelle che mi ero
aspettata. I finestrini della mia auto vennero sfasciati, e le gomme
tagliate piu' volte; ricevetti minacce per lettera e per telefono, e come
ciliegina sulla torta persi il lavoro di insegnante. Mi dissero che i
genitori non volevano che io stessi a contatto con i loro figli".
La societa' araba di oggi e' attraversata dallo stesso tipo di pregiudizi
sull'omosessualita' che erano comuni in Gran Bretagna un secolo fa. La
persecuzione degli omosessuali e' altrettanto comune. I chierici musulmani
condannano l'omosessualita' in termini assai chiari, e dichiarazioni simili
provengono anche da leader arabi cristiani, come il patriarca copto in
Egitto, il quale ha detto che "i cosiddetti diritti umani per la gente gay
sono inammissibili".
*
Nella societa' palestinese la questione viene ulteriormente complicata, e
resa maggiormente politica, dal conflitto con Israele, che ha legalizzato le
unioni fra persone dello stesso sesso nel 1988. Quattro anni piu' tardi
compi' un ulteriore passo avanti e divenne l'unico paese in Medio Oriente a
dotarsi di una legislazione contro le discriminazioni basate sulla
sessualita'.
Questi risultati, sicuramente apprezzabili, sono pero' divenuti anche uno
strumento propagandistico, che rinforza la pretesa di Israele di avere il
monopolio della democrazia in Medio Oriente. Allo stesso tempo, sottolineare
l'associazione di Israele con i diritti delle persone omosessuali ha reso la
vita piu' difficile ai gay arabi, aggiungendo alimento alla nozione diffusa
che vede l'omosessualita' come una "malattia" propagata dagli stranieri.
Un recente articolo sul quotidiano egiziano "Sabah al-Kheir", che ricordava
il trentesimo anniversario della guerra d'ottobre, aveva come titolo "Golda
Meir era lesbica". Nel 2001, a seguito dell'arresto di 50 uomini sospettati
di essere gay, il magazine "al-Musawwar" pubblico' una foto ritoccata del
supposto "leader" del gruppo, mostrandolo vestito di un'uniforme israeliana,
seduto ad un tavolo ricoperto dalla bandiera d'Israele.
Israele, comunque, non e' un paradiso per i gay. C'e' ancora ostilita' da
parte degli ebrei piu' conservatori, le cui truci dichiarazioni non sono
molto diverse da quelle grandemente pubblicizzate dei chierici musulmani. A
Gerusalemme, l'anno scorso, il sindaco ultraortodosso proibi' la sfilata del
"gay pride", sebbene la sua decisione fosse poi immediatamente rovesciata da
un tribunale israeliano. La marcia ebbe luogo, ma un fanatico religioso
israeliano attacco' tre partecipanti a coltellate, e disse in seguito alla
polizia che era andato a "uccidere in nome di Dio".
La storia del movimento per i diritti delle persone omosessuali in Israele
e' per alcuni controversa. Lee Walzer, autore di "Tra Sodoma e l'Eden",
spiega in un articolo che i primi attivisti gay israeliani adottarono una
strategia che "rinforzava la percezione dei diritti dei gay come istanza non
di parte, non collegata al maggior problema della politica israeliana,
ovvero il conflitto arabo-israeliano ed i metodi per la sua soluzione.
Riconoscere i diritti dei gay ha permesso agli israeliani di darsi pacche
sulle spalle per quanto erano di mente aperta, sebbene la societa'
israeliana abbia registrato meno successi nel raddrizzare altre
ineguaglianze sociali. Gli attivisti cercarono di convincere l'opinione
pubblica che i gay israeliani era buoni e patriottici cittadini, a cui era
semplicemente accaduto di sentirsi attratti dal loro stesso sesso". Il che,
come principio generale, puo' essere valido, ma nel contesto di una guerra e
di un'occupazione puo' condurre a situazioni ambigue. E' veramente un titolo
d'orgoglio, per un membro apertamente gay dell'esercito israeliano, essere
capace di distruggere i propri vicini di casa libanesi?
*
La questione, qui, e' se veramente i diritti dei gay, in Israele o ovunque,
possano essere separati dalla politica, o trattati isolandoli dal resto dei
diritti umani. "Helem", l'associazione gay/lesbica libanese pensa di no, ed
allo stesso modo la pensa Rauda Morcos.
Secondo Rauda, c'e' una connessione fra nazionalita', genere e sessualita'.
La sua identita' e' triplice: e' donna, lesbica e palestinese (e in piu' ha
un passaporto israeliano), ovvero, come dice lei stessa, fa parte di "una
minoranza di una minoranza di una minoranza". La sua prima preoccupazione e'
la fine dell'occupazione israeliana, ed ella non vede prospettive per
l'ottenimento dei diritti delle persone omosessuali palestinesi fintanto che
l'occupazione continua.
Anche alcuni attivisti gay israeliani riconoscono questo legame. Durante il
"gay pride" del 2001, a Tel Aviv, un gruppo chiamato "Omosessuali in nero"
sfilo' con un cartello che recitava "Non c'e' orgoglio nell'occupazione".
Nel 2002, quando Ariel Sharon divenne primo ministro, ed incontro'
formalmente una delegazione gay, la questione torno' alla ribalta.
L'attivista Hagai El-Ad scrisse: "Non e' pensabile sedersi tranquillamente
con il primo ministro e, in nome della nostra comunita', ignorare i diritti
umani degli altri, incluso cio' che accade in relazione alla Palestina:
blocchi stradali, rifiuto di accesso alle cure mediche, omicidi, e
l'implementazione della politica dell'apartheid nei territori occupati ed in
Israele. La lotta per i nostri diritti e' priva di valore, se e'
indifferente a cio' che sta accadendo alle persone che si trovano a tre
chilometri da noi. Tutto quel che abbiamo guadagnato dall'incontro con il
primo ministro e' una legittimazione simbolica della comunita' gay. Quel che
ci ha guadagnato lui e' l'aura di persona illuminata e pluralista".
L'aura non si estende comunque al trattamento che Israele riserva ai gay
palestinesi. Per coloro che subiscono persecuzioni nella West Bank e a Gaza
la via di fuga piu' ovvia e' Israele, ma cio' li lascia spesso sospesi, a
livello amministrativo, in una sorta di "terra di nessuno", con scarse
speranze di trovare lavoro nel paese e costantemente a rischio di arresto e
deportazione.
Nel frattempo, agli occhi del palestinese medio, fuggire in Israele si
configura come un tradimento, e persino gli omosessuali che restano nei
territori palestinesi diventano sospetti. A volte non senza ragione: ci sono
stati vari rapporti sui gay palestinesi presi a bersaglio o ricattati dagli
agenti dello spionaggio israeliano affinche' divenissero informatori. Che
poi soccombano alle pressioni o no, "tutti sono immediatamente visti come
collaborazionisti", conferma Rauda Morcos.

Il sito dell'associazione Palestinian Gay Women è  http://www.aswatgroup.org

Commenti

La prima" linea lesbica" in Cina

pippi*calzelunghe | 13/11/2006, 17:02

L'associazione Chiheng di Shangai apre dal 25 novembre la prima "linea lesbica" cinese, che offrirà aiuto legale e psicologico a chi chiamerà il numero 800-988-929 da telefono fisso o 021-6380-4448 da telefono mobile, per ora soltanto il sabato pomeriggio dalle 2 alle 4. La stessa associazione gestisce già una hotline per gay, ma questa è la prima volta che un servizio del genere viene diretto specificamente alle lesbiche, e anche alle "donne confuse sulla loro sessualità".
http://www.chinadaily.com.cn/china/2006-11/11/content_730396.htm

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