Open Mind

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Roma: in laica frocessione!

openmind | 09 Gennaio, 2008 11:08

 

Il 17 gennaio Joseph Ratzinger è stato invitato come ospite d’onore all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università “la Sapienza” di Roma. Facciamo Breccia ritiene che tale scelta delle autorità accademiche legittimi ulteriormente l’invasione clericale in tutti gli ambiti della vita pubblica italiana, in particolare in quello dell’istruzione e formazione così come nella sanità, già fortemente presi di mira dal monarca vaticano.

Partecipiamo con una Layca Frocessione, per denunciare questa operazione ideologica che ha già un grave precedente nella “lectio magistralis” sui rapporti tra fede e ragione tenuta da Ratzinger all’università di Ratisbona.

scarica il comunicatodi Facciamo Breccia

scarica il comunicato dei Collettivi 

 

Mondanità dell'aborto

openmind | 09 Gennaio, 2008 09:44

editoriale dal Manifesto.it di Ida Dominijanni

 

 

Quanto sia sacra la vita umana, ultimativa la decisione di metterne o non metterne una al mondo (e abissalmente diversa da quella di sopprimerne un'altra per punirla di un delitto), impegnativa la cura per inserirla nell'umano consorzio, sono verità che ciascuna donna del pianeta, in qualunque latitudine, sotto qualunque dio e qualsivoglia regime, conosce assai meglio di qualunque papa, qualunque principe e qualsivoglia consigliere di papa e di principe. Papi, principi, aspiranti principi e zelanti consiglieri lo sanno benissimo, come sanno benissimo che una legge può riconoscere questa sapienza femminile e il potere sulla vita che ne deriva, ma nessuna legge può revocarli. Punto.
A capo. Che cosa muove dunque la mobilitazione permanente sulla questione dell'aborto che agita le democrazie occidentali, i loro angeli teodem e la cupola vaticana sopra di loro? Non certo il tentativo, perso in partenza, di sottrarre alle donne questo primato. Bensì quello di colpevolizzarlo, privatizzarlo, ricondurlo nell'ombra di quella dimensione «naturale» da cui la parola femminile lo strappò alcuni decenni fa per portarlo alla luce del sole, della politica, del diritto. Non è un conflitto sulla sacralità della vita. È un conflitto, nient'affatto sacro e tutto mondano, per il potere di parola sulla vita, un conflitto nel quale alcuni uomini si allineano al Dio creatore che dicono di adorare per alimentare il proprio desiderio di onnipotenza e rimuovere il limite imposto a questo desiderio dalla parola dell'Altra.
È un conflitto antico e ritornante, e non ci sarebbe niente di nuovo se la strumentalità del momento non ci mettesse, di volta in volta, il sale e il pepe di qualche macabra aggravante. Non si tratta solo dell'osceno paragone - più osceno nell'implicita versione papalina che in quella esplicita del direttore del Foglio - fra l'aborto e la pena di morte. C'è sotto un altrettanto torbido rimestio fra religione, scienza, politica, morale e diritto che confonde, piuttosto che rilanciare, il dibattito pubblico, e non solo in Italia. Anche negli Stati uniti, dove l'aborto è come sempre una delle issues centrali della competizione elettorale, la richiesta pressante di una «ridefinizione» morale, giuridica e politica della questione (e di altre, come l'omosessualità) passa - si veda il New York Times di domenica - attraverso il cambiamento dei paradigmi scientifici e dei protocolli medici e farmacologici. In una sequenza neo-deterministica in cui biologia, genetica, morale e religione si alleano a produrre un nuovo ordine «oggettivo» del discorso che fa fuori la soggettività delle donne e degli uomini in carne e ossa. L'unica tutt'ora in grado di avere la meglio su una politica laica balbettante, e su un'autorità religiosa evidentemente così incerta da appoggiarsi alle protesi che trova.

 

MANIFESTAZIONE NO VAT 2008

openmind | 07 Gennaio, 2008 12:41

MANIFESTAZIONE NO VAT
Autodeterminazione - Laicità - Antifascismo
Sabato 9 febbraio a Roma
Nel corso del 2007 i movimenti di liberazione delle donne, delle lesbiche, di gay e trans hanno costruito
grandi mobilitazioni di piazza – Pride e manifestazione Contro la violenza maschile sulle donne – in cui sono
emerse con forza la volontà di autodeterminarsi, la denuncia delle mistificazioni familiste e dell'invadenza
vaticana nella sfera pubblica.
Alla violenza di genere come strumento di controllo sociale su donne, lesbiche, gay e trans dentro e fuori la
sfera domestica, corrisponde l'abbattimento dello stato sociale e l'uso della famiglia come ammortizzatore.
L'alleanza fra politica istituzionale e Vaticano, consente, infatti, la progressiva sostituzione del welfare con
ideologici modelli familisti e con politiche securitarie che negano i diritti di cittadinanza e legittimano
campagne persecutorie e razziste.
Le gerarchie vaticane e le istituzioni neoliberiste trovano un fertile territorio di alleanza nel processo di
revisionismo storico e nello sdoganamenti di fascismi vecchi e nuovi. Una costruzione normativa spacciata
per naturale, che riattiva sui soggetti non conformi vecchie forme di violenza ed oppressione.
Autodeterminazione, laicità, antifascismo sono le nostre pratiche di r/esistenza e di liberazione.
DENUNCIAMO
- il pericoloso rafforzamento dell’alleanza fra chiesa cattolica e politica istituzionale, mirata a rafforzare le
politiche familiste, securitarie e proibizioniste, ad abbattere lo stato sociale, a negare l’autodeterminazione
dei soggetti e a mercificare i diritti di cittadinanza;
- il processo di revisionismo storico che mira al disconoscimento della resistenza e dell’antifascismo, avallato
anche dal Vaticano, attraverso la trasformazione degli aguzzini fascisti e franchisti in martiri, e la rilettura
ideologica della storia recente e passata evidente nell’ultima enciclica;
- gli attacchi all’autodeterminazione e ai percorsi di liberazione attraverso un progetto politico di istigazione
all’odio che alimenta fobie, discriminazioni e squadrismi;
- la criminalizzazione dei discorsi e dei movimenti che si oppongono allo strapotere vaticano e il crescente
restringimento degli spazi di laicità;
- la politica di governo e opposizione nel difendere a oltranza i privilegi economici del Vaticano;
- il progressivo ampliamento a livello planetario del progetto di egemonia vaticana mediante l’alleanza col
sistema neoliberista e con il dominio patriarcale
MANIFESTIAMO
- contro ogni integralismo e ogni fondamentalismo;
- contro gli scambi politici sui corpi e sui diritti;
- per l'eliminazione delle leggi ideologiche dettate dal Vaticano;
- per la libertà di scelta responsabile in ogni aspetto e fase della vita;
- per i diritti e la piena cittadinanza di lesbiche, trans e gay;
- per l'autodeterminazione delle donne;
- per la cancellazione della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita;
- per l'istruzione pubblica e laica, per l'abolizione dell'ora di religione e la cancellazione del sostegno
pubblico alla scuola confessionale;
- per il mantenimento e la laicità del sistema sanitario pubblico;
- per la difesa di uno stato sociale che risponda alle necessità reali dei soggetti;
- per l'abolizione del Concordato e dei privilegi derivati (esenzione ICI, otto per mille).

FACCIAMO BRECCIA

anno nuovo....

openmind | 02 Gennaio, 2008 17:41

Profughi Palestinesi occupano casa a Betlemme

openmind | 26 Dicembre, 2007 12:50

L'omosessualità? Si cura in bicicletta. L'inchiesta di Liberazione sui "guaritori" dei gay

openmind | 25 Dicembre, 2007 13:11

 

L'articolo che pubblico, prendendolo dal sito di Liberazione, è oltre che molto interessante, un bellissimo esempio di quel giornalismo d'inchiesta che in Italia si comincia finalmente a rifare. Consiglio a tutti gli anellidi una lettura attenta e anche una rilettura, benché il pezzo non sia breve. Davide Varì sa metterci del talento nel suo scritto, e questo articolo rimarrà secondo me nella storia del giornalismo d'inchiesta italiano. Ho provveduto a mettere in grassetto le parti più significative dell'inchiesta. Termino questa brevissima prefazione con una banale nota linguistica: questi preti, questi guaritori, si esprimono con termini tipici del mondo omosessuale, che di solito non sono usati, perché non noti, da parte di chi è eterosessuale. Alle fine dell'inchiesta penso si possa evincere che questi cattolici integralisti che cercano di guarire dall'omosessualità non sono riusciti a guarire nemmeno se stessi.

Sei gay? Vieni da noi, ti curiamo...
Diario di sei mesi in terapia
di Davide Varì

L'appuntamento è con Don Giacomo nella sede delle edizioni Paoline poco lontano dalla Garbatella, ex quartiere popolare di Roma. Un incontro per definire tempi e modi del mio ingresso in un gruppo terapeutico per guarire dall'omosessualità. Un appuntamento sudato: i sedicenti guaritori di gay, almeno in Italia, non vogliono troppa pubblicità. Per rintracciare quello italiano ho dovuto chiamare un gruppo omologo svizzero che mi ha girato la sede milanese di "Obiettivo Chaire", un'associazione ultracattolica che organizza, sì, incontri terapeutici, ma
soltanto a Milano. Alla fine mi indicano Don Giacomo qui a Roma, un giovane prelato che, dicono loro, può aiutarmi. E ora, dopo quel lungo peregrinare, ci sono: finalmente sono di fronte allo studio di Don Giacomo. La prima tappa del mio percorso di "guarigione". Un percorso durato circa sei mesi nei quali mi sono ritrovato immerso in un mondo parallelo fatto di reticenze, mezze verità, ambiguità e strane alleanze tra ambienti del Vaticano e alcuni gruppi di psicologi guidati dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana.

Ma prima c'è don Giacomo, il primo livello di valutazione della "gravità del paziente" spetta infatti a lui, a un rappresentante della Chiesa cattolica. Don Giacomo è gentile. Dopo vari colloqui telefonici nei quali, con molta discrezione e molto tatto, mi chiede i motivi che mi spingono verso questa terapia, arriva il momento dell'incontro. Dopo una breve presentazione, inizia il colloquio vero e proprio.

Le domande fondamentali sono due o tre: quanti rapporti omosessuali ho consumato, con quale frequenza e le sensazioni che ho provato. Gli racconto quasi tutta la verità, tutta tranne il fatto che sono un giornalista e che non sono omosessuale. Gli dico che sono sposato, che ho un bambina e butto lì un paio di esperienze omosessuali legate alla mia adolescenza e la
preoccupazione che quelle esperienze possano tornare a galla e rovinare il mio matrimonio. Don Giacomo ascolta con partecipazione. Poi inizia il lavoro d'indagine per capire le ragioni della mia omosessualità. Mi chiede dei miei genitori, del rapporto con mia madre - rispetto alla quale tiro fuori un bel conflitto. Fa sempre bene, penso: ai preti e agli psicologi piace - gli racconto del ruolo marginale di mio padre, dei rapporti sessuali con mia moglie, le relazioni interpersonali e così via. Una scannerizzazione superficiale ma completa del mio vissuto.

Poi la domanda: «Quando è stata la prima volta, Davide», mi chiede Don Giacomo. Gli racconto di un mio compagno di liceo, di tale Luca, col quale ero molto amico e di come quell'amicizia, col tempo e in modo del tutto inaspettato, si fosse trasformata in relazione sessuale. Don Giacomo ascolta con attenzione e partecipazione. Mi vede provato e cambia discorso: «Credi in Dio?» mi chiede. Io rispondo che provengo da una famiglia molto religiosa ma che no, non ho mai praticato. Ma ultimamente, aggiungo, sento rinascere in me qualcosa di diverso. È il momento più delicato, il momento in cui bisogna scegliere se andare fino in fondo passando sopra le sincere convinzioni religiose di Don Giacomo, oppure finirla lì e andarsene. (Continua)

Un piccolo grande miracolo

openmind | 24 Dicembre, 2007 17:46

Elena, la mia amata compagna, e' volata via.
Sono rimasta sola con il mio dolore, immenso, senza speranza.
Elena pero', con la sua morte ha compiuto un piccolo grande miracolo che
voglio, debbo raccontare.
Aveva lasciato la sua amata terra, la Sicilia, per conquistare la liberta' di
essere se stessa, ma ogni anno desiderava tornare, con me accanto.
Li', io, solo una amica.
Li', la sua famiglia, divisa ma unita nel non comprendere, nel non accettare.
Elena, quanto hai sofferto per questo!
Voleva morire qui, a Roma, perche' qui era il suo mondo, i suoi amici che hanno
saputo amarla proprio per quello che era.
I genitori e il fratello sono venuti ed hanno visto.
Hanno compreso.
Ed e' accaduto qualcosa di meraviglioso.
Sono diventata finalmente anche per loro la compagna di Elena.
Un padre disperato di fronte alla figlia morente tra le mie braccia mi ha
chiesto il consenso di farle avere l'estrema unzione.
Ho accettato: Elena era molto credente, pur soffrendo per la posizione della Chiesa.
Un uomo distrutto nel dolore mi ha chiesto, colmo di apprensione, dove
desideravo fosse sepolta.
Avevo comunque gia' deciso, era giusto che tornasse alla sua terra natia, ora
riposa accanto ai nonni che lei tanto amo', accanto alla nonnina di 95 anni
morta pochi mesi prima, la sola che seppe davvero comprendere e accettare la
nostra relazione.
Altri miracoli in terra di Sicilia.
Avevo chiesto al padre di poter fare a mio nome un mazzo di fiori. Mi ha
risposto: ogni gesto che farai, avra' un riflesso sociale, che mi costera'
molto, in particolare verso la sorellina adottiva. Ma faro' cio' che mi
chiederai.
Ancora una volta, sentirsi nessuno.
Ho capito pero' che era giusto rispettare quell'uomo che tanto si era
avvicinato in un momento cosi' difficile. Nessun compromesso pero', i fiori
anonimi si sono tramutati in sostegno a tutte le Elene di quella terra.
Ho chiesto pero' di poterle donare una rosa rossa.
Elena, posta nella piccola chiesa, eravamo ancora soli.
Sono entrata per l'estremo saluto, prima che non fosse piu' possibile, e ho
visto la bara, con tanti fiori intorno, a terra.
Sopra, ho visto una rosa rossa.
Hanno voluto che mi sedessi accanto a loro durante la cerimonia. Nell'ultimo
percorso verso il cimitero, e' accaduto che camminavo dietro la mia compagna,
con la mano della sorellina nella mia.
Uno sguardo a Elena, e nel riflesso del vetro dell'auto il padre e tutti gli altri. Dietro.
Un grande rimpianto: Elena in vita sarebbe stata molto felice di questo.
E una speranza: che le sue sofferenze non siano state vane, che questo seme
che lei ci ha lasciato possa germogliare, alimentato dall'amore di chi non
seppe comprenderla in vita.
Per lei.
Per te, amata compagna.
Isabelle

 

 
Isabelle ha donato all'Open Mind
una somma di denaro che vuole sia usata
per ricordare la sua compagna Elena,
affinche' le loro sofferenze non siano vane.
Elena era una scrittrice,
ci auguriamo che le sue parole siano eredita' di gioia,
come scrive il poeta e noi onoreremo la sua memoria
con una iniziativa che faremo appena possibile.
Dovunque tu vada, se ci sono posti dove andare,
buona fortuna cara Elena.
A te Isabelle grazie per questo regalo che ci dai,
faremo in modo che diventi sempre piu' grande per
donarlo a tante altre. Con grande affetto ti siamo vicine/i, un abbraccio.
OPEN MIND
glbt
 
www.openmind.too.it 

 

 

Rivoluzione!

openmind | 23 Dicembre, 2007 18:01

Caro Direttore, sono Comunista ed è per questo che dal 1994, con qualche intermezzo a dire il vero, sono iscritto al partito della
Rifondazione Comunista.
Prendo atto della decisione scellerata, presa dal nostro gruppo dirigente senza consultare la base del partito e senza avere alcun mandato
congressuale in tal senso, di presentarsi alle prossime elezioni in un cartello elettorale, altrimenti detto “Sinistra Unita”.
Prendo atto del fatto che simbolo elettorale di questa aggregazione non sarà la falce e il martello.
Prendo atto di queste novità come ho già preso atto, del resto, del nostro contributo alla guerra umanitaria in Afghanistan, del nostro
abbandono alle proprie sorti del popolo del No-Dal Molin, della nostra decisione di votare una finanziaria di rigore in cui aumentano solo
le spese militari, della nostra incapacità di abrogare la legge Biagi, dell’omertà di questo governo riguardo ai fatti di Genova, della
vandea razzista e xenofoba che i nostri alleati di governo hanno scatenato contro i migranti, del nulla di fatto sulle unioni civili, del
fatto che la nostra presenza al governo ha paralizzato le lotte sociali e di classe.
Ho preso atto di molti avvenimenti, come si vede, e la somma di tutte queste cose ha un significato molto chiaro, per il sottoscritto, il
progetto di Rifondare il Comunismo, nel nome del quale ci eravamo costituiti in movimento prima ed in partito poi, è morto e sepolto.
La nuova formazione, che reca a proprio simbolo l’arcobaleno della pace dopo aver votato il rinnovo delle missioni militari e quindi con
la stessa legittimazione con la quale io che sono ateo potrei dir messa in latino, sarà chiaramente un aggregazione a caratteristica
europeista e moderatamente socialdemocratica, in perfetta coerenza con quello che risulta dalla sommatoria di tutte le sue scelte
parlamentari.
Non ho mai preteso tanto da questo partito, e lo dimostra il fatto che vi sono rimasto tutto questo tempo, pur sopportando che per anni la
maggioranza di esso si chiudesse nella propria autocelebrazione evitando di autocriticarsi in qualsiasi forma e maniera e blindando un
congresso dopo l’altro, ho pazientato attraverso un decennio in cui si invocava una radicalità che veniva poi immediatamente spesa in
ammiccamenti al centro-sinistra, anni in cui il progetto di superare il male del mondo moderno, il capitale, era sempre più sfumato.
Mi rimaneva “solo” il simbolo, ma non lo ritenevo un fatto poco importante quanto vorrebbero farci credere oggi.
Lo dico convinto come sono, come siamo tutti credo, che in questo simbolo vi fosse una storia e che è la densità della storia passata a
determinare la possibilità di un futuro migliore per noi (veniamo da lontano e andiam lontano, si ricorda?) come per i nostri compagni ed i
nostri cari, come per quelli che vorremmo rappresentare, insomma questo simbolo con la profondissima memoria del mondo e d’Italia che
conteneva era per me la speranza anche d’una Rifondazione migliore, e c’è da dire che mi era rimasto solo quello, perché molti altri
appartenenti al nostro retroterra erano già stati ricacciati nel limbo.
Certo, molta parte della nostra memoria comune è stata macchiata da atroci delitti ed imperdonabili errori, specie fuori d’Italia, ed uno
dei lati positivi della dialettica di questo partito è stato quello di condannare apertamente e pubblicamente determinate esperienze
negative, solo che il confronto spesso e volentieri è diventato “rimozione”.
Non volevo un partito Marxista o Gramsciano o Bolscevìco o il ritorno degli anni settanta, ma un partito che conoscesse la vicenda di Marx
e di Gramsci e della Rivoluzione d’Ottobre e del 900 in Italia, che poi è l’unico vero modo di superare delle esperienze storiche, cioè
comprendendole collettivamente ed assimilandole.
Ecco, io penso che il problema del cambiamento lo abbiamo messo da parte assieme alle sue patologie, semplicemente non interessava
esplorare altre possibilità che quelle che portavano un partito oramai appiattito sulle sue cariche istituzionali ad entrare in ogni
governo appena disposto a sopportarne la presenza, anche a costo di smentire con gli atti parlamentari anni di teorizzazioni e pratiche di
movimento.
Del resto, non vedo enormi differenze tra la tradizione dello Stalinismo, in cui uno decideva per tutti, e la pratica attuale della nostra
direzione, che ha approvato un simbolo messo giù da quattro persone chiuse in una stanza, la pratica di prender decisioni in conto degli
altri si perpetra tale e quale, ed è un presagio pessimo per la “cosa” rossa che già adesso appare poco affare di popolo e molto mestiere
di burocrati. Quello che abbiamo elaborato in questi anni, ora si vede, è la versione negativa del compromesso storico, io la chiamerei la “
storica compromissione” con l’Europa e le sue compatibilità politico-istituzionali. E questo è grave, se non gravissimo, perché dove non c’
è radicalità (“l’afferrare l’uomo alla radice” di Marx) non c’è neanche cambiamento sociale, ma solo la subalternità infinita alle
politiche xenofobe e liberiste del centro sinistra.
Caro direttore, penso che chi non viene da nessuna parte non possa andare da nessuna parte, e non posso non ricordarmi a tal proposito da
dove vengo io, cioè che la mia famiglia ha passato vent’anni chiusa in casa e perseguitata perché su quel simbolo apponeva una croce prima
del fascismo. Non pensavo che questo diritto, con tanta asprezza contestato, quello di votare comunista dovesse essermi tolto oggi così
proditoriamente dai dirigenti del mio partito. E non mi sembra affare del passato soprattutto se penso a quello che è costato a me in
questi anni contribuire a costruire questo partito e portare quel simbolo in una città tra le più nere del meridione ed al prezzo anche
personale che ho pagato assieme a tanti altri, ed a quello che è stato il 20 Ottobre di quest’anno ed al popolo comunista che riempiva le
piazze in quell’occasione. Ora, mi si dice, tutto questo non serve più, non vale, sulla bilancia delle decisioni, la possibilità di
superare uno sbarramento elettorale alla prossima apertura dei seggi.
Miseria della politica, quella di pensarsi eternamente allo specchio d’un sondaggio, senza riuscire a guardarsi attorno.
Mi dispiace, ma stavolta non ci sto.
E’ per questo che, dopo questo congresso, rassegnerò le mie dimissioni.
Forse, assediati come siamo dalla nostra “isola” di modernità occidentale ( e non dico benessere, perché è chiaro che per le prossime
generazioni non ne avremo) tendiamo a dimenticarci che la maggioranza di questo pianeta è, ancora più che nel 1848 o nel 1917 o nel 1968,
operaia e contadina e che di sicuro essa, china come è al lavoro nei campi o in qualche squallido capannone d’industria, vede più spesso
una falce od un martello che non un arcobaleno.
Io di mio continuerò a fare quello che ho sempre fatto: lotterò con i miei compagni di strada e quando andrò a votare voterò ancora per i
simboli del lavoro, chiunque me li proponga, e non per altri.
Mi resta, inalterata nonostante la vigorosa incazzatura, la speranza, che per fortuna è un affare così piccolo universale e meraviglioso
da permettere a chiunque di stringerla in un pugno chiuso, questo almeno finché a qualcuno non verrà in mente di abolire anche quello…



P.S. Mi trovo in questi tempi a meditare con sempre maggiore frequenza l’imperativo posto da Mao-Tse-Tung :“Bombardare il quartier
generale”!


Rivoluzione!
Il Segretario del Circolo Precari del PRC di Catania
 
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