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openmind | 06 Marzo, 2008 12:23
Domenica scorsa su La7 (che rimane la più coraggiosa delle tv generaliste) durante il programma "The Italian Job" è andato in onda un servizio che avrebbe dovuto far parlare, scioccare, indignare. E che invece ha avuto pochissima risonanza; napoligaypress ha avuto la prontezza di parlarne subito, ma in pochi poi l'hanno seguito.
Nel servizio, il conduttore del programma, Paolo Calabresi, finge di essere Joseph Nicolosi, il promotore della terapia riparativa, che afferma ad esempio quanto segue: "L'omosessualità è un sintomo di un problema emotivo e rappresenta bisogni emotivi insoddisfatti dall'infanzia, specialmente nella relazione con il genitore dello stesso sesso. In altre parole: per il ragazzo che non ha avuto una connessione emotiva con il padre, e per la ragazza che non ha avuto attenzione emotiva da parte della madre, questo può indurli a
sviluppare un sintomo di attrazione verso il proprio sesso, o omosessualità."
E ancora afferma: "Io non penso che l'omosessualità sia normale. La popolazione omosessuale è circa il 2 %, 1.5 - 2 %. Perciò statisticamente non è "normale" nel senso che non è molto diffusa. Oltre a questo, non è nemmeno normale in termini di *natural design*"
Calabresi, così truccato si fa ricevere in Vaticano da un Monsignore. Seguono discorsi raccapriccianti sulla "malattia" omosessualità, sulle sue cure (che devono essere imposte ai ragazzi se i genitori le chiedono, anche contro la loro volontà). Discutono sull'opportunità o meno di divulgare pubblicamente le loro teorie e terapie, concordando sul fatto che è meglio farlo ma in silenzio, senza troppo clamore; e passando quasi per dei poveretti vessati dall'attuale società e dalla lobby gay (?). Infine si rallegrano del fatto che non è passata la norma sulle discriminazioni omofobiche, così che si possano chiamare i gay "col loro vero nome".
Il servizio è agghiacciante. E il fatto che nessuno grido si è alzato è la dimostrazione di come la terapia riparativa la stiano attuando da tempo. Quando non si va al Pride perché ci sono le telecamere, quando ci si inventa la ragazza con i colleghi, quando non si risponde alla battuta offensiva sui froci, quando non ci si rivela ai genitori perché per loro sarebbe un dispiacere enorme (è dare un dispiacere dire di amare?), quando non si scende in strada a urlare le nostre ragioni per "pigrizia", tutti questi momenti mancati dimostrano quanto ci stanno abituando all'idea di essere realmente malati, non degni di vivere la nostra realtà emozionale, la nostra natura affettiva, amorosa e sessuale. Qualcuno lo afferma apertamente (la Binetti ce lo dice in faccia); qualcun'altro più ipocritamente dice di portarci rispetto ma poi ci definisce un'aberrazione (Casini, ma anche Bindi, Veltroni ecc...); la Chiesa lo fa ogni ogni giorno dicendo che le nostre non sono famiglie (per poi più subdolamente trovare altre forme di vie "ri-educative", come si evince dal filmato) e che le uniche chance che abbiamo per essere accettati è farsi "curare" o almeno praticare l'astinenza (ovvio, no? il male vero è il sesso).
Per fortuna i fallimenti di tale terapia sono molti come dimostra il video tradotto da Andreas Martini:
Ma sappiamo bene come questo clima omofobico (e con questo non intendo le violenze fisiche più o meno forti ai danni dei gay, ma il fardello dell'omofobia interiorizzata che tutti, anche i più disinvolti, si portano appresso) faccia sì che siamo sempre in pochi a lottare, a dire la nostra, a non chinare il capo, a mostrarci in viso.
Cosa fare allora? Continuare a scrivere sui nostri blog, commentare e basta? A sostenere e votare il candidato meno peggio? Possibile che non si possa fare altro? A mio avviso il solo approccio politico a tavolino ha fallito per la lotta glbt, lo vediamo dalla situazione disastrosa attorno a noi. Credo sia ora di scendere in piazza, di recuperare i sentimenti che hanno animato le femministe negli anni '70 (sarà da non perdere il documentario "Vogliamo anche le rose" di Alina Marazzi di prossima uscita), di protestare sempre e comunque.
Lunedì sera si è tenuta a Roma la conferenza "Laico è cattolico. Quando è la chiesa in prima linea" presieduta da Tonino Cantelmi, fautore della terapia riparatrice in Italia e presidente dell'"Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici". Tra gli ospiti, immancabile, la Binetti. Queerway ci è andato e ha riferito della loro volontà di costituire (come se già non ci fosse) una lobby cattolica trasversale ad ogni partito politico. Ecco: quella è stata un'occasione mancata per noi, avremmo dovuto andare a contestarli, a fare azione di disturbo.
Cercherò per quel che mi riguarda di organizzare tali azioni in futuro. Vorrei che altri si sentissero pronti ad unirsi. Vorrei che GayToday servisse anche a questo: non solo scambiarci idee, opinioni e critiche, ognuno dal suo pc a casa, ma anche ad istituire una rete solida fra noi per lottare uniti in strada.
Come dite? Non servirebbe a nulla? Forse. Ma restare a capo chino serve a qualcosa?
Qualcuno si dirà contrario a tali manifestazioni, dicendo di non voler lottare "contro", ma "per". Sbaglia: questa è una guerra, iniziata da tempo. Noi siamo suoi prigionieri. E neanche ce ne rendiamo conto.
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