Open Mind

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Rivoluzione!

openmind | 23 Dicembre, 2007 18:01

Caro Direttore, sono Comunista ed è per questo che dal 1994, con qualche intermezzo a dire il vero, sono iscritto al partito della
Rifondazione Comunista.
Prendo atto della decisione scellerata, presa dal nostro gruppo dirigente senza consultare la base del partito e senza avere alcun mandato
congressuale in tal senso, di presentarsi alle prossime elezioni in un cartello elettorale, altrimenti detto “Sinistra Unita”.
Prendo atto del fatto che simbolo elettorale di questa aggregazione non sarà la falce e il martello.
Prendo atto di queste novità come ho già preso atto, del resto, del nostro contributo alla guerra umanitaria in Afghanistan, del nostro
abbandono alle proprie sorti del popolo del No-Dal Molin, della nostra decisione di votare una finanziaria di rigore in cui aumentano solo
le spese militari, della nostra incapacità di abrogare la legge Biagi, dell’omertà di questo governo riguardo ai fatti di Genova, della
vandea razzista e xenofoba che i nostri alleati di governo hanno scatenato contro i migranti, del nulla di fatto sulle unioni civili, del
fatto che la nostra presenza al governo ha paralizzato le lotte sociali e di classe.
Ho preso atto di molti avvenimenti, come si vede, e la somma di tutte queste cose ha un significato molto chiaro, per il sottoscritto, il
progetto di Rifondare il Comunismo, nel nome del quale ci eravamo costituiti in movimento prima ed in partito poi, è morto e sepolto.
La nuova formazione, che reca a proprio simbolo l’arcobaleno della pace dopo aver votato il rinnovo delle missioni militari e quindi con
la stessa legittimazione con la quale io che sono ateo potrei dir messa in latino, sarà chiaramente un aggregazione a caratteristica
europeista e moderatamente socialdemocratica, in perfetta coerenza con quello che risulta dalla sommatoria di tutte le sue scelte
parlamentari.
Non ho mai preteso tanto da questo partito, e lo dimostra il fatto che vi sono rimasto tutto questo tempo, pur sopportando che per anni la
maggioranza di esso si chiudesse nella propria autocelebrazione evitando di autocriticarsi in qualsiasi forma e maniera e blindando un
congresso dopo l’altro, ho pazientato attraverso un decennio in cui si invocava una radicalità che veniva poi immediatamente spesa in
ammiccamenti al centro-sinistra, anni in cui il progetto di superare il male del mondo moderno, il capitale, era sempre più sfumato.
Mi rimaneva “solo” il simbolo, ma non lo ritenevo un fatto poco importante quanto vorrebbero farci credere oggi.
Lo dico convinto come sono, come siamo tutti credo, che in questo simbolo vi fosse una storia e che è la densità della storia passata a
determinare la possibilità di un futuro migliore per noi (veniamo da lontano e andiam lontano, si ricorda?) come per i nostri compagni ed i
nostri cari, come per quelli che vorremmo rappresentare, insomma questo simbolo con la profondissima memoria del mondo e d’Italia che
conteneva era per me la speranza anche d’una Rifondazione migliore, e c’è da dire che mi era rimasto solo quello, perché molti altri
appartenenti al nostro retroterra erano già stati ricacciati nel limbo.
Certo, molta parte della nostra memoria comune è stata macchiata da atroci delitti ed imperdonabili errori, specie fuori d’Italia, ed uno
dei lati positivi della dialettica di questo partito è stato quello di condannare apertamente e pubblicamente determinate esperienze
negative, solo che il confronto spesso e volentieri è diventato “rimozione”.
Non volevo un partito Marxista o Gramsciano o Bolscevìco o il ritorno degli anni settanta, ma un partito che conoscesse la vicenda di Marx
e di Gramsci e della Rivoluzione d’Ottobre e del 900 in Italia, che poi è l’unico vero modo di superare delle esperienze storiche, cioè
comprendendole collettivamente ed assimilandole.
Ecco, io penso che il problema del cambiamento lo abbiamo messo da parte assieme alle sue patologie, semplicemente non interessava
esplorare altre possibilità che quelle che portavano un partito oramai appiattito sulle sue cariche istituzionali ad entrare in ogni
governo appena disposto a sopportarne la presenza, anche a costo di smentire con gli atti parlamentari anni di teorizzazioni e pratiche di
movimento.
Del resto, non vedo enormi differenze tra la tradizione dello Stalinismo, in cui uno decideva per tutti, e la pratica attuale della nostra
direzione, che ha approvato un simbolo messo giù da quattro persone chiuse in una stanza, la pratica di prender decisioni in conto degli
altri si perpetra tale e quale, ed è un presagio pessimo per la “cosa” rossa che già adesso appare poco affare di popolo e molto mestiere
di burocrati. Quello che abbiamo elaborato in questi anni, ora si vede, è la versione negativa del compromesso storico, io la chiamerei la “
storica compromissione” con l’Europa e le sue compatibilità politico-istituzionali. E questo è grave, se non gravissimo, perché dove non c’
è radicalità (“l’afferrare l’uomo alla radice” di Marx) non c’è neanche cambiamento sociale, ma solo la subalternità infinita alle
politiche xenofobe e liberiste del centro sinistra.
Caro direttore, penso che chi non viene da nessuna parte non possa andare da nessuna parte, e non posso non ricordarmi a tal proposito da
dove vengo io, cioè che la mia famiglia ha passato vent’anni chiusa in casa e perseguitata perché su quel simbolo apponeva una croce prima
del fascismo. Non pensavo che questo diritto, con tanta asprezza contestato, quello di votare comunista dovesse essermi tolto oggi così
proditoriamente dai dirigenti del mio partito. E non mi sembra affare del passato soprattutto se penso a quello che è costato a me in
questi anni contribuire a costruire questo partito e portare quel simbolo in una città tra le più nere del meridione ed al prezzo anche
personale che ho pagato assieme a tanti altri, ed a quello che è stato il 20 Ottobre di quest’anno ed al popolo comunista che riempiva le
piazze in quell’occasione. Ora, mi si dice, tutto questo non serve più, non vale, sulla bilancia delle decisioni, la possibilità di
superare uno sbarramento elettorale alla prossima apertura dei seggi.
Miseria della politica, quella di pensarsi eternamente allo specchio d’un sondaggio, senza riuscire a guardarsi attorno.
Mi dispiace, ma stavolta non ci sto.
E’ per questo che, dopo questo congresso, rassegnerò le mie dimissioni.
Forse, assediati come siamo dalla nostra “isola” di modernità occidentale ( e non dico benessere, perché è chiaro che per le prossime
generazioni non ne avremo) tendiamo a dimenticarci che la maggioranza di questo pianeta è, ancora più che nel 1848 o nel 1917 o nel 1968,
operaia e contadina e che di sicuro essa, china come è al lavoro nei campi o in qualche squallido capannone d’industria, vede più spesso
una falce od un martello che non un arcobaleno.
Io di mio continuerò a fare quello che ho sempre fatto: lotterò con i miei compagni di strada e quando andrò a votare voterò ancora per i
simboli del lavoro, chiunque me li proponga, e non per altri.
Mi resta, inalterata nonostante la vigorosa incazzatura, la speranza, che per fortuna è un affare così piccolo universale e meraviglioso
da permettere a chiunque di stringerla in un pugno chiuso, questo almeno finché a qualcuno non verrà in mente di abolire anche quello…



P.S. Mi trovo in questi tempi a meditare con sempre maggiore frequenza l’imperativo posto da Mao-Tse-Tung :“Bombardare il quartier
generale”!


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Il Segretario del Circolo Precari del PRC di Catania
 
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