Open Mind

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Profughi Palestinesi occupano casa a Betlemme

openmind | 26 Dicembre, 2007 12:50

L'omosessualità? Si cura in bicicletta. L'inchiesta di Liberazione sui "guaritori" dei gay

openmind | 25 Dicembre, 2007 13:11

 

L'articolo che pubblico, prendendolo dal sito di Liberazione, è oltre che molto interessante, un bellissimo esempio di quel giornalismo d'inchiesta che in Italia si comincia finalmente a rifare. Consiglio a tutti gli anellidi una lettura attenta e anche una rilettura, benché il pezzo non sia breve. Davide Varì sa metterci del talento nel suo scritto, e questo articolo rimarrà secondo me nella storia del giornalismo d'inchiesta italiano. Ho provveduto a mettere in grassetto le parti più significative dell'inchiesta. Termino questa brevissima prefazione con una banale nota linguistica: questi preti, questi guaritori, si esprimono con termini tipici del mondo omosessuale, che di solito non sono usati, perché non noti, da parte di chi è eterosessuale. Alle fine dell'inchiesta penso si possa evincere che questi cattolici integralisti che cercano di guarire dall'omosessualità non sono riusciti a guarire nemmeno se stessi.

Sei gay? Vieni da noi, ti curiamo...
Diario di sei mesi in terapia
di Davide Varì

L'appuntamento è con Don Giacomo nella sede delle edizioni Paoline poco lontano dalla Garbatella, ex quartiere popolare di Roma. Un incontro per definire tempi e modi del mio ingresso in un gruppo terapeutico per guarire dall'omosessualità. Un appuntamento sudato: i sedicenti guaritori di gay, almeno in Italia, non vogliono troppa pubblicità. Per rintracciare quello italiano ho dovuto chiamare un gruppo omologo svizzero che mi ha girato la sede milanese di "Obiettivo Chaire", un'associazione ultracattolica che organizza, sì, incontri terapeutici, ma
soltanto a Milano. Alla fine mi indicano Don Giacomo qui a Roma, un giovane prelato che, dicono loro, può aiutarmi. E ora, dopo quel lungo peregrinare, ci sono: finalmente sono di fronte allo studio di Don Giacomo. La prima tappa del mio percorso di "guarigione". Un percorso durato circa sei mesi nei quali mi sono ritrovato immerso in un mondo parallelo fatto di reticenze, mezze verità, ambiguità e strane alleanze tra ambienti del Vaticano e alcuni gruppi di psicologi guidati dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana.

Ma prima c'è don Giacomo, il primo livello di valutazione della "gravità del paziente" spetta infatti a lui, a un rappresentante della Chiesa cattolica. Don Giacomo è gentile. Dopo vari colloqui telefonici nei quali, con molta discrezione e molto tatto, mi chiede i motivi che mi spingono verso questa terapia, arriva il momento dell'incontro. Dopo una breve presentazione, inizia il colloquio vero e proprio.

Le domande fondamentali sono due o tre: quanti rapporti omosessuali ho consumato, con quale frequenza e le sensazioni che ho provato. Gli racconto quasi tutta la verità, tutta tranne il fatto che sono un giornalista e che non sono omosessuale. Gli dico che sono sposato, che ho un bambina e butto lì un paio di esperienze omosessuali legate alla mia adolescenza e la
preoccupazione che quelle esperienze possano tornare a galla e rovinare il mio matrimonio. Don Giacomo ascolta con partecipazione. Poi inizia il lavoro d'indagine per capire le ragioni della mia omosessualità. Mi chiede dei miei genitori, del rapporto con mia madre - rispetto alla quale tiro fuori un bel conflitto. Fa sempre bene, penso: ai preti e agli psicologi piace - gli racconto del ruolo marginale di mio padre, dei rapporti sessuali con mia moglie, le relazioni interpersonali e così via. Una scannerizzazione superficiale ma completa del mio vissuto.

Poi la domanda: «Quando è stata la prima volta, Davide», mi chiede Don Giacomo. Gli racconto di un mio compagno di liceo, di tale Luca, col quale ero molto amico e di come quell'amicizia, col tempo e in modo del tutto inaspettato, si fosse trasformata in relazione sessuale. Don Giacomo ascolta con attenzione e partecipazione. Mi vede provato e cambia discorso: «Credi in Dio?» mi chiede. Io rispondo che provengo da una famiglia molto religiosa ma che no, non ho mai praticato. Ma ultimamente, aggiungo, sento rinascere in me qualcosa di diverso. È il momento più delicato, il momento in cui bisogna scegliere se andare fino in fondo passando sopra le sincere convinzioni religiose di Don Giacomo, oppure finirla lì e andarsene. (Continua)

Un piccolo grande miracolo

openmind | 24 Dicembre, 2007 17:46

Elena, la mia amata compagna, e' volata via.
Sono rimasta sola con il mio dolore, immenso, senza speranza.
Elena pero', con la sua morte ha compiuto un piccolo grande miracolo che
voglio, debbo raccontare.
Aveva lasciato la sua amata terra, la Sicilia, per conquistare la liberta' di
essere se stessa, ma ogni anno desiderava tornare, con me accanto.
Li', io, solo una amica.
Li', la sua famiglia, divisa ma unita nel non comprendere, nel non accettare.
Elena, quanto hai sofferto per questo!
Voleva morire qui, a Roma, perche' qui era il suo mondo, i suoi amici che hanno
saputo amarla proprio per quello che era.
I genitori e il fratello sono venuti ed hanno visto.
Hanno compreso.
Ed e' accaduto qualcosa di meraviglioso.
Sono diventata finalmente anche per loro la compagna di Elena.
Un padre disperato di fronte alla figlia morente tra le mie braccia mi ha
chiesto il consenso di farle avere l'estrema unzione.
Ho accettato: Elena era molto credente, pur soffrendo per la posizione della Chiesa.
Un uomo distrutto nel dolore mi ha chiesto, colmo di apprensione, dove
desideravo fosse sepolta.
Avevo comunque gia' deciso, era giusto che tornasse alla sua terra natia, ora
riposa accanto ai nonni che lei tanto amo', accanto alla nonnina di 95 anni
morta pochi mesi prima, la sola che seppe davvero comprendere e accettare la
nostra relazione.
Altri miracoli in terra di Sicilia.
Avevo chiesto al padre di poter fare a mio nome un mazzo di fiori. Mi ha
risposto: ogni gesto che farai, avra' un riflesso sociale, che mi costera'
molto, in particolare verso la sorellina adottiva. Ma faro' cio' che mi
chiederai.
Ancora una volta, sentirsi nessuno.
Ho capito pero' che era giusto rispettare quell'uomo che tanto si era
avvicinato in un momento cosi' difficile. Nessun compromesso pero', i fiori
anonimi si sono tramutati in sostegno a tutte le Elene di quella terra.
Ho chiesto pero' di poterle donare una rosa rossa.
Elena, posta nella piccola chiesa, eravamo ancora soli.
Sono entrata per l'estremo saluto, prima che non fosse piu' possibile, e ho
visto la bara, con tanti fiori intorno, a terra.
Sopra, ho visto una rosa rossa.
Hanno voluto che mi sedessi accanto a loro durante la cerimonia. Nell'ultimo
percorso verso il cimitero, e' accaduto che camminavo dietro la mia compagna,
con la mano della sorellina nella mia.
Uno sguardo a Elena, e nel riflesso del vetro dell'auto il padre e tutti gli altri. Dietro.
Un grande rimpianto: Elena in vita sarebbe stata molto felice di questo.
E una speranza: che le sue sofferenze non siano state vane, che questo seme
che lei ci ha lasciato possa germogliare, alimentato dall'amore di chi non
seppe comprenderla in vita.
Per lei.
Per te, amata compagna.
Isabelle

 

 
Isabelle ha donato all'Open Mind
una somma di denaro che vuole sia usata
per ricordare la sua compagna Elena,
affinche' le loro sofferenze non siano vane.
Elena era una scrittrice,
ci auguriamo che le sue parole siano eredita' di gioia,
come scrive il poeta e noi onoreremo la sua memoria
con una iniziativa che faremo appena possibile.
Dovunque tu vada, se ci sono posti dove andare,
buona fortuna cara Elena.
A te Isabelle grazie per questo regalo che ci dai,
faremo in modo che diventi sempre piu' grande per
donarlo a tante altre. Con grande affetto ti siamo vicine/i, un abbraccio.
OPEN MIND
glbt
 
www.openmind.too.it 

 

 

Rivoluzione!

openmind | 23 Dicembre, 2007 18:01

Caro Direttore, sono Comunista ed è per questo che dal 1994, con qualche intermezzo a dire il vero, sono iscritto al partito della
Rifondazione Comunista.
Prendo atto della decisione scellerata, presa dal nostro gruppo dirigente senza consultare la base del partito e senza avere alcun mandato
congressuale in tal senso, di presentarsi alle prossime elezioni in un cartello elettorale, altrimenti detto “Sinistra Unita”.
Prendo atto del fatto che simbolo elettorale di questa aggregazione non sarà la falce e il martello.
Prendo atto di queste novità come ho già preso atto, del resto, del nostro contributo alla guerra umanitaria in Afghanistan, del nostro
abbandono alle proprie sorti del popolo del No-Dal Molin, della nostra decisione di votare una finanziaria di rigore in cui aumentano solo
le spese militari, della nostra incapacità di abrogare la legge Biagi, dell’omertà di questo governo riguardo ai fatti di Genova, della
vandea razzista e xenofoba che i nostri alleati di governo hanno scatenato contro i migranti, del nulla di fatto sulle unioni civili, del
fatto che la nostra presenza al governo ha paralizzato le lotte sociali e di classe.
Ho preso atto di molti avvenimenti, come si vede, e la somma di tutte queste cose ha un significato molto chiaro, per il sottoscritto, il
progetto di Rifondare il Comunismo, nel nome del quale ci eravamo costituiti in movimento prima ed in partito poi, è morto e sepolto.
La nuova formazione, che reca a proprio simbolo l’arcobaleno della pace dopo aver votato il rinnovo delle missioni militari e quindi con
la stessa legittimazione con la quale io che sono ateo potrei dir messa in latino, sarà chiaramente un aggregazione a caratteristica
europeista e moderatamente socialdemocratica, in perfetta coerenza con quello che risulta dalla sommatoria di tutte le sue scelte
parlamentari.
Non ho mai preteso tanto da questo partito, e lo dimostra il fatto che vi sono rimasto tutto questo tempo, pur sopportando che per anni la
maggioranza di esso si chiudesse nella propria autocelebrazione evitando di autocriticarsi in qualsiasi forma e maniera e blindando un
congresso dopo l’altro, ho pazientato attraverso un decennio in cui si invocava una radicalità che veniva poi immediatamente spesa in
ammiccamenti al centro-sinistra, anni in cui il progetto di superare il male del mondo moderno, il capitale, era sempre più sfumato.
Mi rimaneva “solo” il simbolo, ma non lo ritenevo un fatto poco importante quanto vorrebbero farci credere oggi.
Lo dico convinto come sono, come siamo tutti credo, che in questo simbolo vi fosse una storia e che è la densità della storia passata a
determinare la possibilità di un futuro migliore per noi (veniamo da lontano e andiam lontano, si ricorda?) come per i nostri compagni ed i
nostri cari, come per quelli che vorremmo rappresentare, insomma questo simbolo con la profondissima memoria del mondo e d’Italia che
conteneva era per me la speranza anche d’una Rifondazione migliore, e c’è da dire che mi era rimasto solo quello, perché molti altri
appartenenti al nostro retroterra erano già stati ricacciati nel limbo.
Certo, molta parte della nostra memoria comune è stata macchiata da atroci delitti ed imperdonabili errori, specie fuori d’Italia, ed uno
dei lati positivi della dialettica di questo partito è stato quello di condannare apertamente e pubblicamente determinate esperienze
negative, solo che il confronto spesso e volentieri è diventato “rimozione”.
Non volevo un partito Marxista o Gramsciano o Bolscevìco o il ritorno degli anni settanta, ma un partito che conoscesse la vicenda di Marx
e di Gramsci e della Rivoluzione d’Ottobre e del 900 in Italia, che poi è l’unico vero modo di superare delle esperienze storiche, cioè
comprendendole collettivamente ed assimilandole.
Ecco, io penso che il problema del cambiamento lo abbiamo messo da parte assieme alle sue patologie, semplicemente non interessava
esplorare altre possibilità che quelle che portavano un partito oramai appiattito sulle sue cariche istituzionali ad entrare in ogni
governo appena disposto a sopportarne la presenza, anche a costo di smentire con gli atti parlamentari anni di teorizzazioni e pratiche di
movimento.
Del resto, non vedo enormi differenze tra la tradizione dello Stalinismo, in cui uno decideva per tutti, e la pratica attuale della nostra
direzione, che ha approvato un simbolo messo giù da quattro persone chiuse in una stanza, la pratica di prender decisioni in conto degli
altri si perpetra tale e quale, ed è un presagio pessimo per la “cosa” rossa che già adesso appare poco affare di popolo e molto mestiere
di burocrati. Quello che abbiamo elaborato in questi anni, ora si vede, è la versione negativa del compromesso storico, io la chiamerei la “
storica compromissione” con l’Europa e le sue compatibilità politico-istituzionali. E questo è grave, se non gravissimo, perché dove non c’
è radicalità (“l’afferrare l’uomo alla radice” di Marx) non c’è neanche cambiamento sociale, ma solo la subalternità infinita alle
politiche xenofobe e liberiste del centro sinistra.
Caro direttore, penso che chi non viene da nessuna parte non possa andare da nessuna parte, e non posso non ricordarmi a tal proposito da
dove vengo io, cioè che la mia famiglia ha passato vent’anni chiusa in casa e perseguitata perché su quel simbolo apponeva una croce prima
del fascismo. Non pensavo che questo diritto, con tanta asprezza contestato, quello di votare comunista dovesse essermi tolto oggi così
proditoriamente dai dirigenti del mio partito. E non mi sembra affare del passato soprattutto se penso a quello che è costato a me in
questi anni contribuire a costruire questo partito e portare quel simbolo in una città tra le più nere del meridione ed al prezzo anche
personale che ho pagato assieme a tanti altri, ed a quello che è stato il 20 Ottobre di quest’anno ed al popolo comunista che riempiva le
piazze in quell’occasione. Ora, mi si dice, tutto questo non serve più, non vale, sulla bilancia delle decisioni, la possibilità di
superare uno sbarramento elettorale alla prossima apertura dei seggi.
Miseria della politica, quella di pensarsi eternamente allo specchio d’un sondaggio, senza riuscire a guardarsi attorno.
Mi dispiace, ma stavolta non ci sto.
E’ per questo che, dopo questo congresso, rassegnerò le mie dimissioni.
Forse, assediati come siamo dalla nostra “isola” di modernità occidentale ( e non dico benessere, perché è chiaro che per le prossime
generazioni non ne avremo) tendiamo a dimenticarci che la maggioranza di questo pianeta è, ancora più che nel 1848 o nel 1917 o nel 1968,
operaia e contadina e che di sicuro essa, china come è al lavoro nei campi o in qualche squallido capannone d’industria, vede più spesso
una falce od un martello che non un arcobaleno.
Io di mio continuerò a fare quello che ho sempre fatto: lotterò con i miei compagni di strada e quando andrò a votare voterò ancora per i
simboli del lavoro, chiunque me li proponga, e non per altri.
Mi resta, inalterata nonostante la vigorosa incazzatura, la speranza, che per fortuna è un affare così piccolo universale e meraviglioso
da permettere a chiunque di stringerla in un pugno chiuso, questo almeno finché a qualcuno non verrà in mente di abolire anche quello…



P.S. Mi trovo in questi tempi a meditare con sempre maggiore frequenza l’imperativo posto da Mao-Tse-Tung :“Bombardare il quartier
generale”!


Rivoluzione!
Il Segretario del Circolo Precari del PRC di Catania

La tragica storia di Loredana

openmind | 18 Dicembre, 2007 21:42

 

La procura di Agrigento ha aperto un'inchiesta per accertare eventuali responsabilità
La responsabile della struttura: "Nessun altro l'ha voluta. E nessuno ci ha aiutato"
di FRANCESCO VIVIANO


PALMA DI MONTECHIARO - All'anagrafe si chiamava Paolo, 16 anni, sesso maschile, nata a Catania, ma lei si sentiva donna, si vestiva da donna, si truccava e si faceva chiamare Loredana. Alcuni anni fa aveva subito maltrattamenti dal padre, faceva una vita sregolata, dormiva di giorno e viveva di notte. La madre non riusciva a sostenerla, con il padre, dopo le violenze subite, non aveva rapporti, era intervenuto il Tribunale dei Minori di Catania. Sette giorni fa Loredana si è impiccata con il suo foulard preferito dentro la stanzetta della "Comunità Alice", a Marina di Palma di Montechiaro (Agrigento) dove era ospite da tre mesi per essere "recuperata". E per "recuperarla" il Tribunale dei Minori di Catania l'aveva assegnata a una comunità dove era costretta a vivere insieme a 35 ragazzi, tutti maschi, extracomunitari, tunisini, marocchini, algerini tra i 15 e i 17 anni, tutti clandestini arrivati dalle coste nordafricane.

Lei, Loredana, era l'unica "donna" di quella comunità e l'avevano assegnata li "perché nessuno la voleva" dice Linda Lumia, l'assistente sociale del centro che quattro giorni fa, insieme ad altri "ospiti" di "Alice" l'ha accompagnata al cimitero di Assoro (Enna) dove Loredana è stata seppellita. "C'erano la madre e i suoi fratelli, ma nessuno dell'Arci Gay, neanche un fiore" sottolinea Linda Lumia che ha dovuto affrontare una situazione incredibile.

Ma è mai possibile che un ragazzo, di fatto donna, per essere recuperata sia mandata in una comunità fatta solo di maschi extracomunitari? L'assistente sociale del centro di accoglienza "Alice" - una bella struttura che sorge a poche centinaia di metri dal mare, con una piscinetta, un campetto di calcio, ottima cucina e stanze da albergo a tre stelle - allarga le braccia e non nasconde la sua impotenza davanti a una situazione del genere finita in tragedia.

Dentro il centro Loredana, che "era in prova", non avrebbe avuto problemi di sorta, sostengono i responsabili della struttura, ma gli operatori tentavano comunque di "proteggerla". "Era la prima volta che ospitavamo in un centro per maschi, una "ragazza" e per lei avevamo allestito - dice Linda Lumia - una stanzetta singola. Aveva in qualche modo la sua privacy, utilizzava il bagno delle donne per le operatrici del centro, mangiava con noi. Era anche contenta perché aspettava con ansia l'inizio del corso professionale per parrucchiera, ma l'altro giorno ha deciso di farla finita".

La Procura di Agrigento ha aperto un'indagine che avrebbe accertato il suicidio ma sta ancora indagando per accertare eventuali responsabilità di altri. Si vuole accertare anche come e perché un ragazzo, di fatto donna, sia finita in quel centro popolato da soli uomini e non in un'altra struttura più adeguata. La notizia del suicidio di Loredana era stata diffusa dal deputato di Rifondazione Comunista, Vladimir Luxuria: "Nonostante l'impegno degli assistenti sociali - dice la parlamentare - la giovane non era in una struttura specializzata ad affrontare i problemi della disforia di genere, soprattutto in una fase delicata come quella adolescenziale. Occorre attivare una seria politica di inserimento sociale e lavorativo a partire dalla realizzazione di strutture più specifiche e mirate".


"Ma dov'era l'Arci Gay quando ho chiesto di darmi una mano?" dice l'assistente sociale Linda Lumia. "E' chiaro che la nostra struttura non era certo la più adatta per affrontare una situazione del genere, così delicata e complicata. Ma noi siamo stati gli unici e non buttare fuori Loredana. Nessuno la voleva, tutti gli altri centri ai quali era stato chiesto di ospitarla hanno detto di no. Loredana aveva "precedenti" era stata ospitata in altri centri da dove era fuggita e dove forse aveva creato qualche problema. Ma noi abbiamo fatto il possibile, abbiamo chiesto anche all'Arci Gay di darci una mano. A parole dicevano che avrebbero fatto qualcosa, ma non si sono mai visti né sentiti".

L'assistente sociale che con Loredana aveva stabilito un ottimo rapporto e con la quale si confidava non nasconde le difficoltà incontrate nel gestire quel centro con 35 maschi e una donna. "Noi abbiamo fatto il possibile e se Loredana si fosse trovata male poteva andarsene in qualunque momento perché in questi centri tutti sono liberi di entrare ed uscire, poteva fare come tanti altri minori extracomunitari che stanno qui o in altri posti un paio di giorni e poi spariscono. Ma non lo aveva fatto, anche perché non aveva dove andare, perché nessuno la voleva".

Prima d'impiccarsi Loredana aveva scritto due lettere, una alla madre e un'altra ad un suo amico con il quale intratteneva una fitta corrispondenza. Fra tre giorni si sarebbe trovata faccia a faccia con suo padre nel processo. "Non posso più vivere così, non ce la faccio più e ho deciso di farla finita...", ha scritto prima di impiccarsi alla finestra della sua stanza vicino alla parete dove aveva affisso un grande poster di Marilyn Monroe.

(18 dicembre 2007)

OMOFOBIA E PACCHETTO SICUREZZA

openmind | 14 Dicembre, 2007 15:24

COMUNICATO DI FACCIAMO BRECCIA

 

OMOFOBIA E PACCHETTO SICUREZZA

 

 “Un episodio come quello della morte di Giovanna Reggiani è stato strumentalizzato per dare vita a un pacchetto sicurezza xenofobo e razzista" hanno sostenuto le donne durante la “Manifestazione contro la violenza maschile sulle donne” del 24 novembre scorso.

La stessa strumentalizzazione ora si vuol usare sulla pelle di gay, lesbiche e trans inserendo nello stesso pacchetto sicurezza (che rimane xenofobo e razzista) una norma antiomofobia, come se anche l’omofobia – come la violenza sulle donne – venisse dall’esterno.

 

Facciamo Breccia denuncia che la cultura razzista e xenofoba è sempre anche machista ed omofoba, che la matrice è la medesima, e che non è importata dall’estero, ma è ben presente nel nostro paese, sostenuta – fra l’altro – dalla più potente agenzia economica e culturale del paese: la chiesa cattolica.

 

Facciamo Breccia denuncia l’ennesima operazione razzista, che da un lato criminalizza i/le migranti, e dall’altro fa risultare gay lesbiche e trans colpevoli di razzismo, visto il tentativo di far passare il pacchetto sicurezza in loro nome.

 

Da anni parte del movimento gay, lesbico e trans italiano chiede l’inserimento di una norma antiomofobia nella Legge Mancino che, guarda caso, è la stessa che questo decreto sicurezza andrebbe a cancellare. Perchè proprio in “Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa” (alias legge Mancino)? Perché è nella dinamica della caccia al capro espiatorio che si inseriscono tutte le fobie: infatti l’omofobia (ma anche la xenofobia e il razzismo) è solo il risultato finale di un’operazione ideologica che vede in questo momento il pericoloso rafforzamento dell’alleanza fra chiesa cattolica e politica istituzionale, mirata a rafforzare le politiche familiste, securitarie e proibizioniste.

 

Facciamo Breccia sostiene che, se una norma contro l’omofobia ha da esistere - e riteniamo che debba esistere - deve e può trovare spazio soltanto in un contesto anti-machista, antirazzista e antifascista.

Facciamo Breccia non accetta nessuno scambio politico sui corpi e sui diritti, e anche su questo scenderà in piazza il 9 febbraio 2008 a Roma con la manifestazione NO VAT.

 

Un suggerimento a chi non riesce a venirne fuori (ad esempio i/le parlamentari del PD): dite che omosessualità, lesbismo e transessualismo non esistono in Italia, magari ditelo per legge: mettete quello nel pacchetto sicurezza, sarebbe molto più conseguente alla vostra politica. D’altra parte trovereste degli ottimi riferimenti normativi nel nostro paese, come il Codice Rocco.

Qualora inopinatamente si individuassero gay, lesbiche o trans per le nostre strade dite che devono essere rimandate per decreto al paese d’origine (Sodoma, San Francisco o Vaticano?).

 

Scommettiamo che la Binetti vi vota pacchetto e fiducia?

  

Coordinamento Facciamo Breccia

Per IBS le parole LESBICA e GAY sono volgarità

openmind | 14 Dicembre, 2007 15:20

 
COMUNICATO STAMPA: Per IBS le parole LESBICA e GAY sono volgarità

La casa editrice Il Dito e La Luna, che da dodici anni pubblica libri a tematica lesbica gay e transgender, si è vista rifiutare un’inserzione pubblicitaria a pagamento sul portale di Internet Book Shop.

La motivazione riferita dall’azienda concessionaria della pubblicità è che “l’inserzione non è in linea con la politica di comunicazione del portale”.

L’inserzione oggetto di censura consisteva nelle frasi
“Libri lesbici gay e transgender.
Butta via i pregiudizi!
Vieni a conoscere la cultura LGT”

e cliccando su tale scritta avrebbe dovuto aprirsi il catalogo dei libri de IL Dito e La Luna disponibili su IBS.

Poiché, nonostante le nostre richieste, IBS non ci ha fornito altri elementi per comprendere le loro motivazioni, dobbiamo ritenere che il problema stia nelle parole che ci qualificano.

Si tratta evidentemente di un atteggiamento omofobico : i termini LESBICA GAY e TRANSGENDER sono parole in uso nella lingua italiana, non sono né parolacce né volgarità e ritenere che possano toccare la sensibilità di qualcuno vuol dire attribuire ingiustamente all’omosessualità e alla transessualità un valore negativo.
Significa farsi promotori, coscientemente e volontariamente, dei valori della disuguaglianza e dell’esclusione.

In 12 anni di attività, tutti spesi in nome della promozione della cultura e della visibilità di lesbiche gay e transgender, non ci è mai successo nulla di simile: partecipiamo alle maggiori fiere librarie, pubblichiamo inserzioni pubblicitarie su qualsiasi tipo di rivista, sempre indicando esplicitamente il campo della nostra azione.

Abbiamo sempre ricevuto grandi riconoscimenti per il valore culturale, informativo ed educativo della nostra attività editoriale e nessuno si è mai permesso di chiederci maggiore “discrezione” né tantomeno di operare delle censure nelle nostre comunicazioni.

Dispiace che un portale come Internet Book Shop, uno dei maggiori rivenditori di libri in internet, utilizzato da milioni di lettrici e lettori italiani anche per i suoi “consigli alla lettura”, abbia una “politica di comunicazione” improntata all’ignoranza e all’omofobia.

Il Dito e La Luna si riserva di valutare se dall’operato di Internet Book Shop possano derivare ulteriori e più gravi danni ed eventualmente di agire nelle sedi opportune.

Francesca Polo
(Titolare de Il Dito e La Luna)

Francesca Polo: cell. 339.57.65.311; info@ilditoelaluna.com 
 

S.Anna protettrice degli ovuli non fecondati

openmind | 12 Dicembre, 2007 12:33

 
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