Open Mind

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Gay si è, inutile cercarne le cause. Riaprire dibattito nel movimento glbtq.

openmind | 26 Ottobre, 2007 14:23

Il movimento glbtq italiano non è certamente caratterizzato dal pensiero unico, ma è pluralista e ha molti colori, sfaccettature e posizioni, tutte legittime ma spesso differenti. Ci sembra che in questa discussione stiano riemergendo le diverse posizioni, contrapposte e interne al movimento, questioni che sembravano sepolte da anni; dunque riteniamo necessario aprire un dibattito su questo tema evitando inutili polemiche.

Riconoscendo i notevoli meriti della Regione Toscana in materia di diritti civili, e senza avanzare accuse di alcun tipo, riteniamo utile esporre un altro punto di vista riguardo la foto del neonato “homosexuel”: l’omosessualità è definita “variante del comportamento umano” e non esistono prove scientifiche che dimostrano se è una condizione, o una predisposizione, già presente alla nascita oppure è un orientamento che si sviluppa con l’età evolutiva. Lo stesso dovrebbe valere per l’eterosessualità, ma non ci risultano studi sulle cause che la determinano. Nel rispetto per l’autodeterminazione delle persone non consideriamo particolarmente rilevante, per le battaglie volte al riconoscimento dei diritti di cittadinanza e alla sconfitta dell’omofobia, sostenere una teoria sicuramente giusta da contrapporre ad un’altra sicuramente sbagliata. Non bisogna dimenticare che tra i più tenaci simpatizzanti della prima teoria si registrano gli “specialisti” che propongono miracolose cure “eterosessualizzanti”.

Condividiamo, con le altre associazioni che si sono espresse, la necessità di contrastare gli argomenti con cui la destra clericale ha criticato questa campagna, ma non possiamo nasconderci che tutti i richiami alla natura sono rischiosi e pericolosi, se negano ogni evoluzione non solo biologica e sessuale ma dei pensieri e dei sentimenti. Fanno della vita che è dinamica e sorprendente una mummia per sempre uguale a se stessa.

 

 
26 ottobre 2007

 

Nodo GLBTQ Sinistra Europea (Articolo Tre – Associazione Omosessuale di Palermo, Ezio Menzione, I-Ken Napoli – Associazione di promozione sociale, Lady Oscar - Arcilesbica di Palermo, Porpora Marcasciano, Saverio Aversa, Soggettività Lesbica, Titti De Simone, Vladimir Luxuria, Open Mind, centro di iniziativa glbt di Catania,Jonathan, associazione glbt di Pescara)

 

 

 

 

 

LA STORIA SIAMO NOI

openmind | 25 Ottobre, 2007 14:36

Un appello alla mobilitazione di tutti per il 17 novembre

"La storia siamo noi" non è uno slogan. E' un approccio preciso: da un lato la
storia sociale, dall'altro la storia del potere. Chi lo ha cantato in questi
anni lo ha fatto con l'istinto di chi sa di aver vissuto un pezzo importante
della storia, ufficiosa o ufficiale che sia. E lo ha fatto pensando a Genova
2001. Con ogni mezzo necessario.
Dal 21 luglio 2001 in poi la giustizia e la politica hanno cominciato la
revisione della storia che ognuno di noi ha vissuto sulla nostra pelle: coloro
che si sono ribellati a una certa visione del mondo sono diventati terroristi;
coloro che hanno seminato il panico nelle strade di Genova sono diventati i
paladini dell'ordine e della giustizia.
Per sei lunghi anni tutto questo è serpeggiato nelle aule di tribunale, mentre
la nostra voce collettiva si affievoliva, con un processo di rimozione
collettiva che ha fatto sì che in molti dimenticassero che Genova non è stata
solo il terrore in divisa, ma anche e soprattutto la forza e l'energia di
centinaia di migliaia di persone che almeno per pochi giorni hanno pensato che
il mondo potesse essere diverso da come ce lo hanno sempre raccontato e
rappresentato.
Per sei lunghi anni il teatrino delle corti penali si è sostituito alla presa di
parola delle persone vive, nella convinzione che verità giuridica e
realtà storica in qualche modo convergessero, nella speranza che in qualche modo
tutto si sistemasse e non fossero in pochi a pagare la stizzosa vendetta del
potere.
Le requisitorie dei pm Anna Canepa e Andrea Canciani nel processo che vede 25
persone imputate per devastazione e saccheggio, hanno completato l'operazione di
revisione della storia che è cominciata il giorno dopo le mobilitazioni contro
il g8 del 2001 e si sono concluse con la richiesta di 225 anni di carcere.
Pensiamo che sia arrivato il momento di prendere di nuovo la parola, di gridare
con forza che gli eventi del luglio 2001 appartengono a tutti noi, di
mobilitarsi in massa e con intelligenza per fare si che 25 persone non paghino
per qualcosa di cui siamo stati protagonisti tutt*, nessuno escluso.
Vogliamo rilanciare con forza la mobilitazione di massa del 17 novembre a
Genova, e tutte le iniziative tese a riappropriarci della nostra memoria e del
senso di quei giorni lontani sei anni ma ancora vivi in quello che hanno
rappresentato.
Vorremmo che tutti rilanciassero questo appello senza firme, senza identità,
senza se e senza ma, perché Genova non è finita, è ancora qui, oggi, e riguarda
tutti e tutti se ne devono fare carico, senza esclusioni.

Per cominciare primo appuntamento a Genova: 17 novembre 2007
LA STORIA SIAMO NOI

Supporto Legale

IL VATICANO MARCIA SU ROMA

openmind | 19 Ottobre, 2007 10:08

IL VATICANO MARCIA SU ROMA

498 franchisti beatificati nell'anniversario della marcia su Roma

Sabato 28 ottobre 2007, anniversario della marcia su Roma, saranno beatificati in San Pietro 498 franchisti, tra appartenenti al clero e laici, saranno beatificati perché, secondo i prelati spagnoli, sono "martiri della Repubblica". Sarà la più numerosa delle beatificazioni mai realizzate, è prevista una folla di fedeli (filofranchisti) dalla Spagna e il battage pubblicitario delle grandi occasioni sui media italiani.

La gerarchia vaticana con questa azione di massa entra violentemente nel dibattito politico spagnolo: il governo Zapatero sta per varare una legge sulla memoria che condanni il franchismo, e la chiesa cattolica spagnola, supportata da Ratzinger, prende posizione in questo modo.

Ma d'altro canto, attraverso questa iniziativa, le gerarchie vaticane continuano a fare politica in supporto al fronte clerico fascista: la scelta della data della marcia su Roma allarga il significato dell'operazione e la colloca nel tentativo sempre più visibile di sdoganamento e legittimazione del fascismo, tentativo operato dall'integralista Ratzinger per affermare un modello di società chiuso e reazionario, patriarcale, omofobico e razzista.

La beatificazione di 498 franchisti presentati come martiri è un esempio vergognoso di revisionismo storico, la strategia vaticana è ancora il vittimismo: si costruisce un'iniziativa per mostrare il clero come vittima di sanguinari comunisti quando la realtà storica racconta che la chiesa fu parte di una reazione fascista che portò in Spagna alla guerra civile e all'instaurazione della dittatura. D'altra parte in Italia conosciamo bene questa tattica vaticana: negli ultimi mesi si cerca di far passare la chiesa cattolica, gli esponenti del clero e persino i politici che dichiaratamente ne supportano le istanze come vittime di una campagna anticlericale, quando, al contrario, la chiesa cattolica condiziona in modo sempre più palese la vita culturale, politica e sociale del nostro paese e conduce una campagna di istigazione all'odio e alla violenza contro donne, lesbiche, gay e trans che produce aggressioni, stupri, omicidi e diffusa intolleranza.

Dall'operazione revisionista che verrà celebrata sabato 28 ottobre escono rafforzate la marcia del dissolvimento della laicità (voluto dal Vaticano e operato dalla politica istituzionale) e la fascistizzazione della società, basate sulla creazione della paura e sulla caccia alle streghe dello scontro di civiltà; ne fanno le spese, ancora una volta, tutte le soggettività non conformi al modello unico dominante, la verità storica, l'antifascismo fondamento del nostro vivere civile.

Coordinamento Facciamo Breccia

Festa nel lager naziskin a Dachau

openmind | 18 Ottobre, 2007 16:58

 

 

Festa nel lager naziskin a Dachau
di Paolo Tessadri

Giovani da Bolzano nei campi di concentramento SS, per gridare ‘Sieg heil’.

O per farsi ritrarre con l’accendino sotto le immagini delle sinagoghe bruciate.

In esclusiva le foto del ‘turismo dell’Olocausto’

Nazi altoatesini davanti a una lapide
Sono l’avanguardia dell’orrore, quella capace di superare ogni limite.

Nazisti pronti all’insulto più estremo, all’oltraggio di qualunque memoria.

Eccoli, fare il saluto hitleriano davanti al cippo che ricorda il forno crematorio di Dachau.

Mettersi in posa compiaciuti accanto a quella scritta agghiacciante ‘Arbeit macht frei’

sul cancello che migliaia di ebrei hanno varcato una sola volta.

Poi mostrare le loro magliette con le machine-pistol usate dai guardiani per abbattere

chi non obbediva ciecamente agli ordini. E sfoggiare le t-shirt con la sagoma

delle SS davanti al monumento ispirato dall’intreccio dei corpi scheletrici nelle

osse comuni. Istantanee di una gita che incenerisce i confini della decenza,

scattate per renderle oggetto di culto tra i camerati, come per dimostrare

un primato ideologico: avere inneggiato al führer del Terzo Reich nel luogo

dove l’Olocausto venne concepito. Dachau, a pochi chilometri da Monaco

di Baviera, è il primo lager, quello in cui furono rinchiusi gli ebrei catturati

nella ‘Notte dei cristalli’ e gli oppositori del regime, quello usato per

sperimentare il genocidio.

Le foto che ‘L’espresso’ pubblica in esclusiva sono state sequestrate

dai carabinieri del Ros di Bolzano durante un’inchiesta sui naziskin

altoatesini. Erano conservate da alcune delle persone ritratte,

che le esibivano con orgoglio ai loro accoliti. I sette camerati

ripresi nelle immagini hanno patteggiato condanne comprese

tra 12 e 30 mesi di carcere: l’ultima sentenza risale

a poche settimane fa. Ma ai fini della pena questo reportage

incredibile non ha avuto effetti: per il codice penale italiano

il turismo dello sterminio non ha rilevanza. Nemmeno la legge Mancino,

quella creata nel 1991 per porre freno all’ondata montante di razzismo,

ha ipotizzato un tale baratro di disprezzo. Il procuratore capo

Cuno Tarfusser e il pm Axel Bisignano nel sostenere l’accusa

contro la banda di gitanti a Dachau non hanno potuto

far pesare quello sfregio alla Memoria.

Eppure il fenomeno dei tour nazisti è in crescita costante:

dai luoghi hitleriani classici si passa sempre più spesso a incursioni antisemite.

Che precipitano dalla goliardia alla vergogna.

Come definire altrimenti la foto, sequestrata dal Ros nella

stessa operazione, che ritrae i due naziskin con l’accendino

in mano sotto la lapide che ricorda la prima sinagoga incendiata

in Germania durante la ‘Notte dei cristalli’? In quella vacanza

a Potsdam, in Brandeburgo, nel luogo del primo assalto delle camicie

brune, la formazione è la stessa. Sono sette italiani dell’Alto Adige,

inquadrati come militari, capeggiati dal ‘comandante’ Armin Sölva

e dal suo vice Christoph Andergassen. Hanno dai 18 ai 26 anni e nonostante

le sentenze restano a piede libero.

L’organizzazione di Sölva e Andergassen è la Südtiroler Kameradschaftsring

per la lotta di liberazione del Sudtirolo, con tanto di statuto messo nero

su bianco: tra gli obiettivi, l’istigazione all’odio razziale e la venerazione

di Hitler e ai suoi gerarchi. Una fede malvagia celebrata, secondo i risultati

delle indagini, con minacce, pestaggi e devastazioni. Che li trasforma nell’avanguardia

di una rete nera che attraversa l’Europa e che vede sfilare fianco a fianco

camerati di ogni paese, spesso divisi da questioni etniche, come accade tra

sudtirolesi e italiani, ma pronti a fare fronte comune con il braccio teso.

Identici gli slogan, testimoniati anche dalle magliette indossate nel lager

bavarese. In una foto si vede Armin Sölva inginocchiato, mani giunte in atto di ringraziamento per lo sterminio, nella cappella che ricorda i 3 mila sacerdoti cattolici deportati.

In un’altra, due camerati entrano nell’edificio centrale del campo dove è allestita

la mostra sul Terzo Reich e in tenuta da skinheads posano sorridenti davanti alla grande scritta SS.

Altri due compaiono vicini a una celebre frase della propaganda del Reich: ‘Unsere Letzte Hoffung. Hitler’ (la nostra ultima speranza: Hitler). Indossano t-shirt con l’immagine di un soldato tedesco e di supporter di estrema destra, sempre dentro il campo di Dachau. Poi di spalle, piegati, con l’immagine di un mitragliatore su una t-shirt e sull’altra la scritta ‘Siamo dei criminali convinti’, spingono giù il cippo di marmo eretto dove sorgevano i forni crematori. In un’altra immagine due del gruppo si mettono davanti al muro di cinta, sono ai lati di un cartello che indica la linea oltre la quale le guardie sparavano sui deportati:
si immedesimano negli aguzzini degli ebrei.

Il lager, un monumento che dovrebbe essere tutelato in nome dell’intera umanità, appare incustodito. Nessuno ferma questi giovani altoatesini dal look inconfondibile. Si sono mossi indisturbati per ore, padroni del campo di sterminio dove non è stato nemmeno possibile stabilire un bilancio del massacro: dei 206 mila reclusi registrati, almeno 43 mila persero la vita. Ma si ritiene che molti deportati non venissero segnati nella contabilità del genocidio e che negli ultimi mesi del 1945 malattie e denutrizione fossero più letali delle SS: gli americani scoprirono 39 vagoni ferroviari colmi di cadaveri spettrali. Un inferno, che adesso serve come fondale per le foto-trofeo dei ‘figli del Führer’.

Le trasferte in Germania e in Austria del gruppo altoatesino non servono solo per il turismo dell’orrore: sono fondamentali per consolidare i legami con le altre formazioni di estrema destra. I carabinieri dei Ros hanno infatti scoperto rapporti con almeno tre gruppi tedeschi e due austriaci con sede a Innsbruck, Vienna, Linz, Dresda, Berlino, Monaco e Norimberga. In una foto Sölva e Andergassen sono nella sede della Npd, il partito tedesco di estrema destra, con due rappresentanti del movimento politico berlinese: uno di questi è lo stesso uomo che ha accompagnato Sölva a Potsdam e che forse ha fatto da guida turistica nei lager.

È in questi raduni che si saldano anche i rapporti fra i neonazisti altoatesini di lingua tedesca e quelli italiani. A Passau, nella manifestazione per ricordare Rudolf Hess, l’enigmatico delfino di Hitler diventato uno dei miti nazisti, hanno marciato insieme. In una foto si vede in primo piano il gruppo di altoatesini e dietro sfilano gli aderenti al Fronte Veneto Skinheads, oggi rappresentati da Giordano Caracino, 28 anni. Secondo i rapporti dei carabinieri, nel marzo 2006 a Braunau am Inn, paese natale di Hitler, giovani del Fronte Veneto e naziskin da Roma, Verona, Trieste hanno sfilato e gridato slogan dentro un capannone: “Siamo tutti figli del Führer e discepoli del Duce”. Erano presenti anche gli skinheads dei Braunau Bulldog, che nel 2005 fecero una gita a Mauthausen e dopo se ne andarono in una pizzeria a festeggiare: in Austria lo scandalo diventò un caso politico. Ma il loro gesto è diventato un modello da imitare, anche per i bolzanini. Che nelle istantanee posano davanti al cippo del forno crematorio di Dachau, dove una scritta invita alla riflessione: ‘Pensate a come noi morimmo qui’. E loro invece alzano il braccio e gridano ‘Sieg heil!’.
(11 ottobre 2007)

guarda qui le foto vergognose

 

 (Continua)

Ciao Nancy

openmind | 18 Ottobre, 2007 14:10

 

 

 

 Si è addormentata e se ne è andata...
Nancy Costanzo anarchica e libertaria è morta ieri nella sua casa a Trecastagni.
Aveva scelto una vita fra la natura e le sue ceramiche, lasciando un impiego sicuro e ben retribuito,
una scelta di vita coraggiosa e coerente con la sua pratica politica e la sua visione del mondo.
Da anni era promotrice di iniziative che coinvolgevano donne e uomini sul tema della Grande Madre e
l'anno scorso al centro sociale Auro aveva organizzato un seminario di grande respiro ed importanza per una città come Catania,
così asfittica e restia ad accogliere idee altre.
Ciao Nancy, compagna femminista e visionaria,
ci lasci la tua eredità di gioia e negli occhi l'immagine
della tua figura lieve che quasi non toccava terra nel camminare,
ti porteremo con noi nelle cose che faremo,
perchè così si fa con le/i compagne/i che vanno altrove.
Ti saluteremo oggi alle 15 a Trecastagni
e poi partirai per Palermo dove secondo la tua volontà sarai cremata.
Un abbraccio sincero ai tuoi cari. Ciao Nancy, ciao nica...

 

 

 

 

 

Nenzi Costanzo era ceramista torniante d’arte dal 1987.

Erede della scuola di tornianti della città etnea nella contrada Fossa della Creta, che contava 40 esperti, la seconda guerra ce ne ha lasciati 18; e negli anni ’90 era rimasto solo il poeta dolcissimo, Don Alfio Certo, da cui la ceramista ha attinto alcuni dei fondamentali consigli tecnico-magici. Gli albori di quest’arte risalgono alle prime civiltà terrestri. Quelle della Grande Madre; le società umane erano a diretto contatto con le forze cosmiche. La roteazione dei corpi suggerita dalla natura ebbe le dirette applicazioni nella vita quotidiana domestica (macine, ruote, torni etc.) . Da Atanor, al vaso di Pandora, dal Sacro Graal, ai Crateri greci, ai Calderoni delle maghe etc. Il vaso racconta magia, religione, miti e riti, Mass-media arcaico semplice e naturale. Le sue forme, le sue incisioni, i disegni, i colori sono il tramite narrante la storia del mondo. Quest’arte ha bisogno di essere ricordata e ripresa perché fa parte dei riti della nostra vita quotidiana, quei riti che nell’incantamento d'ingannevoli comodità, abbiamo erroneamente dimenticato.

Fare un vaso è un esercizio d'equilibrio armonico fra la propria psiche ed il corpo. Una centratura creativa del proprio essere. Un aiuto per quel travaglio interiore che ognuno di noi ha da fare per tornare in sintonia ed in simbiosi con la Natura pura ed originaria.

 

 

ddl 2273 sulle persone transgener

openmind | 16 Ottobre, 2007 10:45

ANALISI CRITICA

sul Disegno Di Legge 2733 sulle persone "transgenere"
presentato da Vladimir Luxuria senza nessun tipo di contatto
e lavoro in comune con le associazioni transgender.

 

(in allegato il ddl)

 

Il ddl Luxuria e' debole a partire dalla sua relazione
introduttiva, dalla quale non si deduce esattamente l'obiettivo,
poiche' il testo pare contraddire quello che sarebbe (o per lo
 meno dovrebbe essere) l'obiettivo primario, ovvero consentire
alle persone trans di rettificare gli atti dello stato civile a
 prescindere dall'intervento chirurgico di riassegnazione dei genitali.

L'articolo 1 e' contraddittorio: laddove infatti si dice che la persona
"transgenere" e' quella in cui siano assenti patologie psichiatriche che
determinino l'incapacita' di intendere e di volere, al comma 2(a)
la stessa persona transgenere e' definita sulla base di una condizione
 psichiatrica, come indicato nel comma 2(b).

Nemmeno la legge 164, che e' stata criticata per aver indotto ad una
eccessiva medicalizzazione, aveva, quanto meno nel testo,
adottato una definizione psichiatrica delle persone trans.

 

L'articolo 5 definisce una Commissione nazionale che pare essere una
istituzione dalle competenze poco chiare, se non di natura burocratica
 (nomina dei presidenti delle Commissioni regionali).

Le competenze sostanziali sono attribuite alle commissioni regionali
alle quali sono attribuite tutte le funzioni sulla determinazione delle
fasi dell'iter di transizione.

Non sono chiare le modalita' di funzionamento delle commissioni regionali:
la legge stabilisce soltanto che ogni persona in fase di transizione
dovrebbe rivolgersi presso la Commissione con sede nel capoluogo di regione
di residenza per ogni aspetto della fase di transizione che comporti 
interventi chirurgici o terapie mediche (anziche' facilitare la decentralizzazione 
dell'assistenza sanitaria, quanto meno per quanto riguarda la prescrizione
delle terapie ormonali).
 

 

 

Il comma 2 e' particolarmente anomalo: fa riferimento a due interventi di
chirurgia,di cui uno, la rinoplastica, di indiscutibile natura estetica non
connesso al genere (il naso non costituisce un carattere sessuale secondario), 
mentre non menziona una serie di interventi ben piu' importanti 
(una nota anedottica: e' curioso che il ddl indichi specificamente i
due interventi chirurgici a cui la prima firmataria del ddl si e' sottoposta).

 

L'articolo 7 disciplina la rettificazione degli atti dello stato civile in
forza di sentenza del giudice di pace. La legge non chiarisce le modalita' 
della decisione, non specifica se il giudice possa o debba disporre la perizia
 e, soprattutto, non determina se la rettificazione possa essere effettuata 
indipendentemente dalla riassegnazione chirurgica dei genitali.

 

In altri termini non chiarisce un punto centrale su cui la legge 164 era
 ambigua ed aveva indotto ad una interpretazione restrittiva della stessa.

 

Questo ddl e' ugualmente ambiguo ed anzi, parrebbe propendere per una
lettura opposta: paradossalmente i giudici, cui spetta la decisione ultima 
in materia di rettificazione, potrebbero riferirsi alla giurisprudenza consolidata 
per mantenere lo status quo.

Non e' inoltre chiaro quale sia il ruolo del certificato di pieno
riconoscimento di genere ed i criteri per il suo rilascio se la decisione
della rettificazione degli atti dello stato civile e' delegata al giudice.

Su questo aspetto la legge e' assolutamente confusa.

 

L'articolo 8 e' anomalo: la rettificazione di cui all'articolo 7 e' di
per se'la rettificazione del genere.

Il significato del comma 1 dell'articolo 8 e' pertanto incomprensibile,
salvo lasciar intendere che la sentenza di rettificazione non determinerebbe
anche il nuovo nome (sarebbe apparentemente necessario un secondo procedimento
amministrativo, da stabilirsi ai sensi del comma 2, inducendo ad un procedimento
in due fasi, che e' stato duramente avversato nei 25 anni di 
applicazione della legge 164).

 

L'articolo 12 introduce un'altro elemento regressivo rispetto alla pratica
 attuale: laddove infatti molte persone trans si sono battute per evitare 
lo scioglimento ex officio, per affermare un principio importante di 
autodeterminazione per cui comunque l'iniziativa dello scioglimento, 
ancorche' obbligatorio, debba essere assunta dalla parte interessata, 
la scelta della parola "produrre" pare indicare l'opposto.

 

Se gli articoli 15-19 e 21 paiono superflui, l'articolo 22 pone
problemi significativi, e non risolve il problema delle persone trans
nella fase di transizione: laddove infatti, sarebbe opportuno prevedere
la rettificazione degli atti dello stato civile nella fase di transizione
 proprio per evitare che l'identita' di genere della persona sia costantemente
 esibita, la legge prevede che la persona debba esibire la propria "tessera 
di transizione" per avere diritto al riconoscimento della propria identita'.

 

Cio' parrebbe comportare altresi che la persona che non si sottoponga ad intervento di
riassegnazione (che a quanto pare e' l'elemento che determina la possibilita'
 di rettificazione degli atti dello stato civile), dovra' fare uso della tessera
 per tutta la durata della sua vita.

L'articolo 25 e' generico e non prevede misure effettive per
 combattere la discriminazione basata sull'identita' di genere.


scarica il ddl

 15PDL0032570.pdf

Scandalo in Vaticano

openmind | 14 Ottobre, 2007 16:46

 
 
 
 
Riconosciuto attraverso le riprese della trasmissione Exit
Prese parte, coperto dall'anonimato, alla prima puntata
Confessa in tv di essere gay
il Vaticano sospende alto prelato
Accusato di aver fatto entrare la troupe è stato anche denunciato alle
autorità
di ORAZIO LA ROCCA




CITTA' DEL VATICANO - Scandalo all'ombra di S. Pietro. Le autorità vaticane
tre giorni fa hanno sospeso dall'incarico e sottoposto a procedimento
disciplinare un monsignore capoufficio di uno dei più importanti dicasteri
pontifici, la Congregazione per il Clero, il "ministero" pontificio retto
dal cardinal-prefetto Claudio Hummes, brasiliano, che sovrintende, tra
l'altro, alla gestione degli oltre 400 mila sacerdoti presenti in tutte le
diocesi del mondo e alla formazione religiosa di seminaristi e catechisti.

Motivo: l'alto prelato - un monsignore di circa 60 anni ben portati,
titolare di rubriche giornalistiche su siti attenti alla vita della Chiesa e
del Vaticano, tra i volti più noti dell'emittente cattolica Telepace dove
per anni ha curato rubriche a carattere religioso - avrebbe preso parte,
anonimamente, alla discussa prima puntata di Exit presentata da Ilaria
D'Amico e andata in onda il primo ottobre scorso sull'emittente La7, che tra
i reportage trasmessi ha presentato anche una inchiesta sull'omosessualità
dei preti nella Chiesa cattolica.

Nel servizio, quattro persone che si presentavano come sacerdoti, ripresi
con volti e voci contraffatte con alle spalle edifici religiosi con flash
puntati pure sullo sfondo di piazza San Pietro, avevano confessato le loro
preferenze sessuali, ammettendo senza troppi giri di parole di essere gay.

Uno dei quattro intervistati, stando a quanto hanno verificato i vertici
della Congregazione per il Clero, sarebbe uno dei monsignori che ricopre la
carica di capo ufficio nello stesso dicastero. Un alto prelato fino a pochi
giorni fa in "ascesa" nell'establishment vaticano, perché titolare di altri
due importanti incarichi, alla Commissione speciale per la trattazione delle
cause di dispensa dei sacerdoti e alla Peregrinatio Ad Petri Sedem,
l'organismo responsabile dei pellegrinaggi in arrivo in Vaticano,
nell'ambito del quale operava nella Consulta pastorale.


Nell'intervista concessa ad Exit si vede che il monsignore fa accomodare
spontaneamente nel suo ufficio il suo interlocutore al quale rivela con
molta naturalezza la sua omosessualità, spiegando persino di "non sentirsi
in peccato", ma di doverlo fare di nascosto per non essere richiamato dai
superiori vista l'attuale ferma opposizione della dottrina cattolica in
materia di celibato sacerdotale ed omosessualità.

Quasi un guanto di sfida sul piano della pastorale sociosessuale lanciato
alle autorità pontificie dall'interno del Vaticano, nella convinzione di
poter parlare liberamente perché protetto dall'anonimato.
Ma non tutto - a quanto sembra - è andato per il verso giusto, perché subito
dopo la messa in onda del servizio in Vaticano qualcuno ha riconosciuto la
stanza dell'incauto sacerdote trasformata in improvvisato set per registrare
l'intervista, e dove si sospetta possa essere avvenuto anche qualche
"episodio" a luci rosse.

Riconosciuti nel filmato pure l'ascensore di accesso alla Congregazione del
Clero e la porta di ingresso del dicastero, ripresi dalle telecamere mentre
il prelato fa accomodare l'intervistatore. Dopo una più attenta verifica del
servizio ed una veloce inchiesta interna, facilitata anche dal fatto che
l'unico a tenere la chiave dell'ufficio era il capo ufficio incriminato, il
monsignore è stato immediatamente sospeso dall'incarico e denunciato alle
autorità giudiziarie pontificie che hanno subito aperto un fascicolo a suo
carico.

Da tre giorni la porta dell'ufficio è chiusa a chiave, nessuno vi può
entrare, il telefono squilla a vuoto, sia quello del posto di lavoro del
monsignore che quello di casa. Non si sa se dopo la sospensione si arriverà
al licenziamento, eventualità che dovrà essere presa in considerazione dal
tribunale pontificio dopo un dibattimento previsto dalle leggi vaticane. Da
qualche giorno, però, dell'alto prelato si sono perse le tracce.

(13 ottobre 2007)

50 e 50

openmind | 13 Ottobre, 2007 09:42



Manifestazione per la raccolta di firme 13 ottobre dalle 14 alle 20 - Piazza Farnese


In cosa consiste il 50E50.

Si chiede ad una legge dello Stato di imporre meccanismi paritari nella indicazione delle candidature, attraverso una raccolta di firme per la presentazione di una proposta in tale direzione.

Il 50E50 non è una proposta per rappresentare di più e/o meglio le donne in Italia.

Se per rappresentanza delle donne intendiamo quante sono - e quante invece noi vogliamo che siano -  le donne presenti in un luogo decisionale, siamo tutte d’accordo.

Siamo anche d’accordo sul fatto che la quantità, anche da sola, col tempo, sposta equilibri, cambia agende, impone modalità differenti.

L’obiettivo del 50E50, in qualunque organismo elettivo o consultivo, di fatto, condizioni la nostra vita, consiste nell’iscrivere nell’orizzonte della politica non tanto le nostre tematiche quanto le nostre modalità di istruzione delle sue questioni e delle sue priorità.

 

Ogni luogo di rappresentanza politica costituito per metà da donne non va visto, infatti, come un accomodamento o una spartizione in grado di abolire l’antagonismo tra i generi, ma come uno spazio in cui, contando anche numericamente, non più solamente reclamare o negoziare, ma costruire delle risposte.

 

Questo scenario presuppone una comunicazione tra donne che garantisca anche la possibilità di fronteggiarci senza disconoscerci nell’identità collettiva e una comunicazione con gli uomini che non eluda l’antagonismo tra i generi, ma lo usi come modalità non distruttiva di confronto e scambio di esperienze, punti di vista e modalità di intervento sul mondo.
 
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