La bisessualità dell'artista nelle lettere di Violet Trefusis
Una
scelta delle oltre cinquecento lettere infuocate e «bolsceviche»,
spedite a Vita Sackeville-West in «Anime gitane» uscito da Archinto.
Intanto a Ravello, dove Violet e Vita soggiornarono nel 1913, una
mostra su di loro
Caterina Ricciardi
Chi
volesse farsi un'idea del fascino di cui era dotata Violet Trefusis
potrà rileggere le pagine a lei dedicate in Orlando di Virginia Woolf.
Lì lei è Sasha, la principessa russa - un po' ragazzo, un po' fanciulla
- in visita nella Londra del dopo Elisabetta. Il giovane Orlando ne è
subito rapito. È l'incertezza del sesso, unita a una diversità
stravagante, a favorire la «straordinaria seduzione che l'intera
persona irradiava». Figlia di Alice Keppel, l'amante favorita di
Edoardo VII, Violet - che adotterà il cognome del marito Denys Trefusis
- seppe provocare senza remore quella società edoardiana
particolarmente snob e segretamente sregolata, che cominciava a
scrollarsi di dosso le repressioni dell'Ottocento vittoriano e che, pur
navigando in una variegata mêlée sessuale, non riusciva ancora a non
dissociarla dal tabù dello scandalo.
Il richiamo dell'androgino,
non nuovo all'Inghilterra maschile nel passaggio fra i due secoli (da
Oscar Wilde al più privato E. M. Forster) interessa negli anni '20 non
poche letterate, fra Londra (si pensi al caso Radclyffe Hall) e la
permissiva Parigi (da Gertrude Stein, a Colette, a Renè Vivien),
prendendo avvio proprio dall'interno del pur conformista circolo di
Bloomsbury. Se, dunque, in quel celebre roman à clef che è Orlando,
Violet è Sasha, il ruolo protagonista è affidato alla volubile Vita
Sackville-West, che nonostante tutto l'amore tributatole da Virginia
Woolf non tanto in lei quanto in Violet trovò il suo pendant ideale.
Tuttavia, per lei (della quale era gelosissima) Vita non seppe
rinunciare ad altre liaisons femminili, e soprattutto non seppe
emanciparsi dal conformismo di un'unione felice e regolare con Harold
Nicolson (anch'egli libero di fare le sue scelte sessuali). Di questa
strana unione solo nel 1973, in Ritratto di un matrimonio scritto dal
figlio Nigel, si conosceranno i piccanti segreti, capaci di sciogliere
anche il gioco di maschere e di travestimenti delle scritture a chiave
prodotte in quegli anni.
Per quanto travolgente, la storia fra le due amiche era destinata a
finire nel 1921, troncata non solo dalle aristocratiche famiglie e dai
mariti umiliati ma dalla stessa Vita, che mai avrebbe scambiato il suo
alto rango sociale per l'esistenza saffica e «gitana» che Violet
sognava. A lei avrebbe poi dedicato il romanzo Challenge, pubblicato
negli Stati Uniti, tra le cui pagine il travestito Julian è una figura
autobiografica, mentre Eve, in cui si sposano l'eros e l'eterno
femminino, nasconde quel suo grande amore giovanile, quella compagna
adorata eppure tanto «difficile», «esasperante», «viziata», «arguta»,
«appassionata», «estenuante», e troppo «pericolosa» nella sfida
(challenge) alle convenzioni nonché alla sicurezza di ricchi patrimoni.
«Per loro e per te - si lamentava Violet in una lettera del 1919 -
io sono una donna frivola, godereccia, divertente, piacevole,
provocante, sensuale. Vero, sono anche così - e il mondo mi ricorderà
per questo, se mi ricorderà». In verità, il mondo ogni tanto ha
effettivamente ricordato Violet Trefusis, ma magari solo per quella sua
speciale autenticità, e magari sempre di riflesso, un riflesso che pare
allungarsi anche sulla mostra «Violet, Vita e Virginia: passaggi a
Ravello», allestita in questi giorni a Villa Cimbrone di Ravello, dove
Violet e Vita soggiornarono nel 1913. Già oggetto di ben due biografie
(nel 1976 e nel 1981), prima ancora che si avviasse la ristampa delle
sue opere negli anni '80, il personaggio Violet Trefusis è sempre parso
più interessante della scrittrice colta e ironica, dell'abile
scavatrice di superfici e non di spessori, che sarebbe emersa da sette
romanzi, due autobiografie e un Dictionnaire du snobisme curato con
Cecil Beaton.
Nel 1935, morto il marito e avviata finalmente la
strada dell'arte, Violet guardava ormai alla vecchia ferita della
separazione da Vita dalla distanza cui l'aveva costretta un espatrio di
convenienza; espatrio dal quale alla fine sarebbe riemersa non soltanto
come «une debauchée géographique» (come dice di uno dei suoi
personaggi), ma come stimata animatrice di circoli intellettuali, a
Parigi (dove sarà intima della mascolina Principessa di Polignac) e
nella sua villa di Bellosguardo, a Firenze, dove morì nel 1972 a
settantotto anni. Proprio a quella vecchia ferita di Violet Trefusis ci
riporta oggi Anime gitane. Lettere d'amore a Vita Sackville-West
(introduzione di John Phillips, cura di Tiziana Masucci e
collaborazione di Antonietta Diluiso, Archinto, pp. 150, euro 18.00),
che raccoglie una scelta delle oltre cinquecento lettere infuocate e
«bolsceviche», spedite a Vita fra il 1910 e il 1921.
«Distruggile!»
Le aveva raccomandato più volte Violet. E invece erano state
amorevolmente catalogate e conservate, riemergendo da vecchi cassetti
alla morte di Vita Sackville-West nel 1962. Quelle lettere sono le sole
sopravvissute del carteggio, perché, a faccenda chiusa, Denys Trefusis
fece presto un falò dell'altra metà della storia. L'epistolario,
sebbene a una sola voce, si fa leggere come un disperato romanzo
d'amore, con tutte le tensioni, i rapimenti e le altezze del linguaggio
degli amanti, che all'attesa alternano il desiderio, la speranza, la
gelosia, le delusioni procurate dal conformismo, le emozioni legate ai
traffici per organizzare le numerose fughe clandestine a Parigi e
Montecarlo, dove risultava facile calarsi nelle identità di Julian e
Eve fra immaginari (e del tutto letterari o folcloristici) fauni e
amadriadi, gitani andalusi, gigolo da bistrò. La briosità di una lingua
scossa da strumentali slittate nel francese, nell'italiano e in un
incomprensibile «zingaresco», contribuisce, in queste pagine così
personali, a fare dell'«identità» un problema che, nell'apparenza di
una finzione giocosa, si sposta continuamente dalla superficie alla
profondità. Come pure, al di là della passione e di una precisa
consapevolezza di gender («Vivi come la Natura ti ha suggerito»,
scriveva a Vita), si ha la sensazione che la stessa Violet vivesse
invece quell'esperienza in modo molto intellettuale, sia attraverso il
filtro di una mitologia del calore saffico del Sud sia nella
consapevolezza di una cultura dell'archetipo dell'unità gemellare da
cui trae origine la diversità sessuale.
È in tale contesto che
Violet situa il sogno di una femminile «vita d'artista», alla ricerca
di una ellenica bellezza ideale, ben radicata, però, nella sensibilità
della sua epoca. «La combinazione di donna e artista - scrive a Vita
nel 1918 - ha prodotto una mentalità d'una specie rara quanto sublime;
un artista, sia esso un pittore, un musicista o un letterato, deve
necessariamente appartenere ai due sessi, il suo giudizio è
bisessuale»; deve, inoltre, «essere capace di porre se stesso con
impunità al posto di ambedue i sessi».
L'artista, insomma, non può
che possedere entrambe le anime, quella maschile e quella femminile,
proprio come l'Orlando di Virginia Woolf, e proprio come l'amica Vita
Sackville-West.