Open Mind

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autobiografia "Nessuno dovrà saperlo" di Bruno Zanin

openmind | 21 Agosto, 2007 14:22

 
Con il caso dei preti pedofili o preti gay molestatori ricattati
-ricattabili , vorrei parlarvi di un libro che ho appena letto e secondo me
andrebbe recensito dal vostro portale. Il libro in questione è quello di
Bruno Zanin "Nessuno dovrà saperlo " tra l'altro presente come
personaggio già su http://www.gaynews.it/view.php?ID=73084
L'attore Bruno Zanin (Amarcord, L'Agnese va a morire, Il caso Moro), è
l'autore dell'autobiografia "Nessuno dovrà saperlo" dove racconta di aver
subito abusi sessuali all'età di 13 anni. Il capitolo che parle dell'abuso
è disponibile gratuitamente in rete per volontà dell'autore sul sito
Bipensiero, può essere scaricato il capitolo: "Don Giustino" clicca QUI


Zanin, che è stato collaboratore di Radio Vaticana durante le guerre della ex-Yugoslavia, 
aveva raccontato degli abusi che Don Gelmini faceva ai ragazzi della sua comunitàad Amelia al direttore dell'emittente del Vaticano Padre Federico Lombardi,
oggi portavoce della sala stampa del Vaticano. Zanin aveva informato anche
un altro prelato: Monsignor Giovanni d' Ercole. leggi qui
http://chiesacattiva.blogspot.com/2007/08/biografia-non-autorizzata-di-don.html
Voglio correggere una imprecisazione:il mio libro "Nessuno dovrà saperlo"
parla di un episodio di prete-pedofilia, il capitolo si intitola infatti
ironicamente "Scherzi da preti" il personaggio si chiama Don Giustino, non
è don il Pierino storico, ma un salesiano missionario di passaggio nel
noviziato-collegio dove ero ospite anni 60/64 a Canelli(Asti) Mentre don
pierino alias monsignor Gelmini lo conobbi a Roma nel 69 dopo che scappai
dal riformatorio delle zattere di Venezia, lui era amico di un diacono
francese che aveva una sorta di soffitta dalle parti di Piazza Navona dove
veniva di tanto in tanto a fare il samaritano, a portarci cioè in trattoria
a mangiare-quelli più carini e io ero tra quelli ;-) quindi nella sua villavicino Ostia a fare la doccia e dopo qualche bicchierino cominciava a
scherzare con il nostro c....o, sono solo "scherzi da prete ", diceva
ridendo quando noi ci scandalizzavamo perchè era cmq per noi ragazzi uomo
di chiesa. Il libro in questione lo scrissi a Castel di Tora un borgo
affacciato sul lago del Salto (Ri) dove casualmente andai a vivere di
ritorno dalla Bosnia in affitto in una vecchia sgangherata torre; don
Gelmini casualmente era pure residente "pro forma" nel paesino in quanto
stava ottenendo dal Comune di Castel di Tora il Castello in rovina dei
Princi del Drago a Monte Antunni per trasformarlo in una delle sue comunità
Incontro. Punto. Lì a Castel di Tora ebbi occasione come già recedentemente
nel 1983 a Spello ospite dello scrittore cattolico controcorrente e
battagliero Carlo Carretto di raccogliere testimonianze da parte di ex
comunitari e comunitari ospiti di Mulino Silla ad Amelia e in seguito un
paio di ragazzi ospiti a Monte Antunni che confermavano quanto già sapevo e
andavo dicendo in giro quando si parlava della sua "santità e purezza"che
cioè la volpe Gelmini
aveva sì cambiato pelo-tutti erano all'oscuro del suo passato e vicende
carcerarie che io conoscevo bene- la volpe Gelmini aveva sì cambiato pelo,
ma non aveva perso il vizio di fare "Scherzi da Prete" ai ragazzi che gli
piacevano, insistendo anche quando costoro non volevano. Testimonianze
precise va detto che comunicai a autorità sia religiose e civili con il
risulato che venivo scambiato per matto e mitomane. Gli feci pure un
scherzo medianico perchè gli si stringesse il culo: NIENTE Vedi tu come gira il
mondo. In fase di bozze tolsi dal capitolo "Scherzi da prete" il nome di
don Pierino al mio personaggio per chiamarlo Don Giustino temendo querele, il
Don oramai era troppo forte, io ero solo un ex sbandato, ex cento vite, un
attore fallito, cioè un egregio nessuno.
Se questo può esservi utile, NON SOPPORTO CHE UN PRETE CI CHIAMI BRUTTI
FROCI E POI DI NASCOSTO FA COSE PEGGIORI DI NOI

Don... Gelmini!

openmind | 21 Agosto, 2007 14:16

Roma, 9 agosto 2007, giovedi'

Visto che tutti parlano di Pierino Gelmini, vi mando questo articolo che ho
pubblicato sul quotidiano di Roma "Paese Sera" nel lontano 1992. Ero stato
alla sua comunita' in occasione di una cerimonia ufficiale e ne ero rimasto
scioccato. Parlare di culto della personalita' e' riduttivo. Dappertutto
c'erano quadri, ritratti, dipinti, foto, arazzi. che lo rappresentavano.
Lui, poi, si atteggiava a santone. Storie di omosessualita' si sentivano
anche allora. Anzi, a dire il vero, le avevo sentite fin dagli anni
Ottanta. Speriamo che la magistratura faccia luce su questa storia triste e
sporca, soprattutto per il buon nome della nostra comunita' che e'
costretta a subire delle gravi offese per colpa di personaggi laidi e
ipocriti.

Paese Sera, 11 Nov. 1992 (me)



NON AVRAI ALTRO DIO ALL'INFUORI DI DON PIERINO



Quando si parla di lui e' un luogo comune definirlo "il sacerdote che si
inietto' il virus dell'aids", anche se non e' vero visto che, a richiesta,
lo stesso Pierino Gelmini precisa di aver ricevuto soltanto l'inoculazione
di un vaccino nel marzo del '91, e non "il virus vero e proprio".

Ma tutto entra a far parte della caratterizzazione del personaggio,
direttore editoriale di una rivista, "Il Cammino", bimestrale di
informazione della comunita' Incontro, dove si possono contare fino a 24
sue fotografie in un solo numero, oltre a esempi rimarchevoli del "Gelmini
pensiero", con citazioni fin dalla copertina e interviste, articoli,
interventi, discorsi, premi (l'ultimo, «Cultura e Pace 1992», gia'
assegnato a Giulio Andreotti, gli verra' consegnato sabato prossimo a
Pistoia), in un crescendo che si diffonde nei 160 centri creati in tutto il
mondo. In quello di Amelia, in Umbria, si e' tenuto recentemente il
convegno «La medicina in comunita'», organizzato con una stupefacente
larghezza di mezzi finanziari, il cui scopo principale sembra essere stato
proprio quello di sollecitare l'invio dei fondi che lo Stato ha stanziato
per i centri di recupero degli ex-drogati e di dimostrare la forza
contrattuale-elettorale di una comunita' che, contando parecchie migliaia
di aderenti e relativi familiari, non puo' non fare gola a qualsiasi uomo
politico, sia o meno sospettato di aspirare al voto di scambio.

Ma don Pierino Gelmini non e' soltanto un fenomeno baracconesco: e' la
confessione che lo Stato fa della propria inadeguatezza e incapacita' a
risolvere i problemi piu' gravi che gli si presentano. Ed e' anche la
dimostrazione della vittoria della concezione sopraffattrice di una certa
Chiesa che da un lato vieta rigorosamente ogni metodo logico di prevenzione
dell'aids e dall'altro pretende, con arroganza, di essere finanziata per
assistere le vittime della stessa epidemia, alla quale ha dato il suo
pesante contributo, quando si osserva l'accanimento che i cattolici pongono
nel vietare l'uso del preservativo. Come conseguenza, fra gli adolescenti,
«l'infezione da hiv sta aumentando a ritmi allarmanti... uno ogni sei
ragazzi contrae una malattia sessuale». Ed e' proprio «tra i poveri che
l'hiv si diffonde piu' rapidamente e cioe' dove la proibizione ufficiale
della chiesa contro il sesso sicuro puo' fare i guasti maggiori».

Il problema, all'estero, si e' gia' posto con particolare crudezza tanto
che l'autorevole quotidiano New York Times, insieme al settimanale degli
intellettuali democratici americani Village Voice, si sono chiesti quasi
contemporaneamente se la Chiesa stia deliberatamente compromettendo la
salute pubblica. Quanti altri morti saranno necessari perche' si cambi
rotta?



Massimo Consoli

L'umanità sarà bisessuale

openmind | 20 Agosto, 2007 09:48

La sessuologa: «Una rivoluzione, tra due o tre generazioni»
Veronesi: «L'umanità sarà bisessuale»
L'oncologo: «Si farà l'amore per affetto e non per riprodursi. È il prezzo positivo pagato dall'evoluzione naturale della specie»
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MILANO — Il futuro? È bisessuale. Parola di Umberto Veronesi. Intervistato ieri dal Riformista, l'oncologo ex ministro della Salute immerso nella quiete estiva di Capalbio ha scosso l'atmosfera con una tesi che fa già discutere. La specie umana — dice Veronesi — si va evolvendo verso un «modello unico», le differenze tra uomo e donna si attenuano (l'uomo, non dovendo più lottare come una volta per la sopravvivenza, produce meno ormoni androgeni, la donna, anche lei messa di fronte a nuovi ruoli, meno estrogeni) e gli organi della riproduzione si atrofizzano. Questo, unito al fatto che, tra fecondazione artificiale e clonazione, il sesso non è più l'unica via per procreare, finirà col privare del tutto l'atto sessuale del suo fine riproduttivo. Il sesso resterà — avverte l'oncologo — ma solo come gesto d'affetto, dunque non sarà più così importante se sceglieremo di praticarlo con un partner del nostro stesso sesso.

Insomma, saremo tutti bisessuali? Raggiunto dal Corriere, il professore conferma la previsione: «È il prezzo che si paga — spiega — all'evoluzione naturale della specie. Ed è un prezzo positivo ». Davvero? «Sì, perché nasce dalla ricerca della parità dei sessi: negli ultimi vent'anni le donne hanno assunto ruoli sempre più attivi nella società e questo porta con sé un'attenuazione delle differenze sessuali». Avremo uomini meno virili (il processo è già in atto: dal dopoguerra in poi la «vitalità» degli spermatozoi è mediamente calata del 50%) e donne più mascoline. Parità uguale appiattimento? «Al contrario — spiega Chiara Simonelli, sessuologa, docente all'Università La Sapienza di Roma — ciò che prospetta Veronesi è una maggiore libertà, dagli stereotipi e dai pregiudizi. Il fenomeno è appena agli inizi: perché prenda consistenza dovremo aspettare almeno due o tre generazioni».

Una rivoluzione, dunque. Ma biologica o culturale? «Entrambe: i cambiamenti della mentalità e le evoluzioni genetiche sono fenomeni correlati, e si influenzano reciprocamente. Ma si tratta di processi molto lenti». Veronesi ha la vista lunga: la società bisex è ancora lontana. Ma per trovare una civiltà capace di mettere a regime l'amore per entrambi i sessi non serve guardare avanti: nella Grecia classica, radice dell'Occidente di oggi, gli uomini non facevano mistero della passione per i ragazzi. Corsi e ricorsi della storia? «La bisessualità antica — avverte Eva Cantarella, che all'argomento ha dedicato un libro edito da Rizzoli — era molto diversa da quella che intendiamo oggi. Non era la possibilità di scegliere con chi e come avere rapporti sessuali, ma un fenomeno soggetto a regole precise. Era concessa solo agli uomini: un uomo adulto poteva avere rapporti con uno più giovane ma solo mantenendo un ruolo attivo. Raggiunta la maggiore età, gli adolescenti abbandonavano il ruolo passivo». E le donne? «Mogli e madri. L'amore coniugale, che conviveva con quello per altri uomini, era cosa diversa: in greco aveva anche un altro nome, filia, di contro all'eros passionale».

Un amore finalizzato alla procreazione: «A quella dei corpi: quello per i fanciulli, scrive Platone, era più nobile perché volto alla procreazione delle anime». E qui torniamo a Veronesi e al sesso come gesto d'affetto e non mezzo per far progredire la specie. Un valore positivo che non mette tutti d'accordo: «La scissione della riproduzione dalla sessualità e dal nucleo familiare — dice Fiorenzo Facchini, antropologo dell'ateneo di Bologna — non può essere vista come un vantaggio per la specie umana. La riproduzione per l'uomo non è solo incontro tra gameti, implica rapporti tra due persone. È la naturale condizione umana a richiederlo. In un momento in cui la natura viene giustamente rimessa al centro dell'attenzione appare strana e del tutto stonata una prospettiva biotecnologica che ne usurpa le funzioni». Dunque nessun «prezzo da pagare» all'evoluzione naturale della specie? «Riguardo alla previsione di livellamento degli interessi dei due sessi e di attenuazione della sessualità nel suo significato antropologico — conclude Facchini — ritengo che l'orientamento sessuale sia definito sul piano biologico della specie e non possa essere messo da parte».
Giulia Ziino
19 agosto 2007 corriere.it

Conto alla rovescia per il Leone Gay

openmind | 17 Agosto, 2007 19:59

Ruggirà l´otto settembre per la prima volta. Ha le ali striate dei colori dell´arcobaleno e, nella postura delle zampe anteriori, il piglio della fierezza e del gioco. Il Queer lion, il premio che la sessantaquattresima mostra internazionale del cinema di Venezia darà al miglior film con tematiche omosessuali, è cucciolo ma a settembre sarà già grande. Nel fare la cronaca di questa sua prima infanzia fissiamo alcune tappe evolutive: il sei agosto alle 15.30 Franco Grillini, che da anni si adopera per la nascita del leone gay, e Daniel Casagrande, direttore delle Giornate di Cinema Omosessuale di Venezia nonché coordinatore del Queer Lion, incontreranno Marco Muller, patron per il quarto anno.
Porteranno al Lido, al Palazzo del Cinema, il simbolo (nella foto) che verrà inciso su targa 20x15 di ottone satinato con rivestitura d'oro contenuto in un astuccio di seta rossa. Non solo: gli artigiani del laboratorio Santi di Venezia - lo stesso che realizza il Leone d´Oro - dipingeranno a mano i sei colori simbolo della bandiera del Gay Pride e il rito della pittura delle ali verrà ripetuto di targa in targa. Grillini e Casagrande non torneranno a casa a mani vuote: avranno l'elenco completo di tutti i film della mostra 2007 che contengono la tematica lgbt. Una riserva che può sciogliere solo il patron visto che l´ottanta per cento dei film in mostra a Venezia è in anteprima mondiale. Siamo in grado di dare però qualche primizia: l´elenco di Muller conterrà "24 battute", film francese del 2006 di Jalil Lespert, che mette in scena una notte di Natale tra quattro sconosciuti dall´esito imprevisto. Proprio i francesi ci invidiano il premio, per una volta almeno. Dopo l´annuncio dell´istituzione, alcuni giornali titolarono: "dopo Berlino e Venezia, a quando una palma d´oro gay?"
Il leone queer nasce dopo l´orsetto omo di Berlino, il Teddy award. Viene concepito, non a caso, dallo stesso "padre", cioè durante la conduzione della mostra di Venezia da parte di Moritz De Hadeln che sbarca al Lido dopo 21 anni di direzione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino. "Ne avevamo parlato con De Hadeln – racconta Casagrande – e in teoria il premio doveva partire dal 2004 ma poi il direttore andò via, per motivi tuttora oscuri, pare legati all´esclusione di un film in cui recitava un´attrice molto cara all´allora ministro della cultura". Se il patron lascia il lido, resta in laguna invece la speranza del premio, e Grillini e Casagrande nel 2005 ne parlano con l´attuale direttore Muller. L´idea piace e ad accelerare il parto, piombano, sul leone in gestazione, le polemiche dello scorso anno sulla rassegna "Venice gays". Si tratta delle "giornate di cinema omosessuale" che fino al 2006 si sono tenute al cinema comunale Astra del Lido in contemporanea con la mostra internazionale del cinema. Il parroco dell´isola le contesta duramente, mentre la Lega Nord propone un contro festival etero-hard. E Muller prende la sua decisione. "Nel 2006 il direttore ci convoca e decide l´istituzione del premio", aggiunge Casagrande.
Le polemiche non scemano. Mentre finalmente la cinematografia a tematica gay, oltre ad essere presente nei pregevoli festival di settore (Torino e Milano in testa) approda ufficialmente al Lido con un riconoscimento, da destra si grida al "premio frocio", ben "foraggiato" dallo Stato (su Libero, ripreso anche dall´Avvenire). Ma si tratta di armi spuntate. Nessuno può dimenticare " I segreti di Brokeback Mountain" di Ang Lee premiato nel 2005 a Venezia e poi baciato dagli Oscar. Un film d´amore e basta che aveva per protagonisti due cow boy. Segno che il pregiudizio, se resta tale, oscura lo sguardo del mondo sulle tante risorse dell´eros ed è obiettivo contrario di qualunque rassegna d´Arte che si rispetti. Le contestazioni intanto si riaccendono con il caldo e in vista della nuova edizione delle giornate di cinema omosessuale di Venezia, dirette da Casagrande, che quest´anno dovevano tenersi al cinema Aurora di Mestre il week end successivo all´otto settembre. La sala però è parrocchiale, e il padre Benvenuto insorge. La soluzione sembra comunque in dirittura di arrivo.
Una sala appena restaurata che contiene 220 posti sarebbe disponibile a Mestre. Si chiama ancora "ex Gil" (Gioventù italiana littorio), e attende un battesimo migliore. "Lo abbiamo ottenuto al 99 per cento dal 14 al 16 settembre" aggiunge con entusiasmo cauto Casagrande. Venice gays dunque si farà, proprio nei giorni in cui all´Aurora di Mestre verranno proiettati nel corso della rassegna "Esterno notte" le pellicole della Mostra internazionale del Lido. Il queer lion intanto avrà fatto il suo primo ruggito. Sarà stato assegnato da una giuria presieduta dal regista ed attore inglese Alan Cumming: tra i suoi film Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, le serie "Spy Kids" e "X-Men", in tv i cult "Sex and the City", The "L World". Mentre il lavoro dei giurati, coordinato da Casagrande, sarà svolto da Sandro Avanzo (radio Popolare), Vincenzo Patanè (Pride) e da chi scrive questo articolo.

Delia Vaccarello

 

La cultura è zingara

openmind | 16 Agosto, 2007 08:11

 

Dopo ogni rogo, impietosamente ricorrente, di bambini rom nei loro ripari di fortuna si versano fiumi di lacrime. Ma sono in gran parte lacrime di coccodrillo. Ed è pelosa la nostra coscienza scandalizzata. Di fronte ai quattro bambini bruciati in un accampamento di baracche sotto un cavalcavia a Livorno mi si consenta una qualche durezza di linguaggio. È vero che la dinamica dei fatti sembra chiamare in causa la responsabilità dei genitori ma questo non ci autorizza affatto a chiamarci fuori, né come istituzioni né come società civile. Anche e forse soprattutto nostra, di amministratori e cittadini, è la colposità, la disattenzione e l'abbandono, cioè la responsabilità per la quale la magistratura ha imprigionato i genitori. La Dieta di Augsburg, nel '400, emanava il seguente solenne decreto: «Chi uccide uno zingaro non commette reato». Probabilmente il principio vive ancora nelle incredibili politiche di razzismo strisciante verso i rom in base alle quali quasi sempre, salvo eccezione come quella del Quartiere fiorentino dell'Isolotto che ha costruito un dignitoso villaggio di casette prefabbricate, gli «zingari» vengono ammassati in discariche dismesse, fra fogne a cielo aperto e terrapieni di ferrovie, sotto i cavalcavia, in terreni fangosi d'inverno e cotti dal sole d'estate, non di rado privi di acqua e di servizi, senza lavoro e senza prospettive, privi di ogni diritto, ridotti all'apatia, alla depressione e costretti alla economia di sopravvivenza, dell'arrangiamento e della illegalità. Il danno più grande dei campi, non solo di quelli abusivi ma anche legali, oltre il sacrificio di vite umane innocenti, è il progressivo annullamento di alcuni valori che, insieme ad aspetti decisamente inaccettabili, esistono nella millenaria cultura rom. Mentre molti aspetti positivi di tale cultura dovrebbero essere riscattati e valorizzati in un processo di integrazione in cui ognuno dà il meglio di sé.

La cultura della strada, «del camminare sotto le stelle, della musica, della rinuncia alla ricchezza, al potere, alla scienza e alla gloria per la libertà», questa profonda cultura zingara raccontata dalla loro memoria tramandata da secoli forse avrà la sua rivincita e non solo per il popolo rom ma per tutti noi. Il riscatto delle culture represse è infatti una risorsa di fronte a questa china senza sbocco della guerra liberista di tutti contro tutti e contro la stessa natura.
Una piccola ma densa testimonianza di un tale emergere della speranza la troviamo nella esperienza di «donne per le donne» che ha dato origine al laboratorio di sartoria riparativa e stireria Kimeta aperto al pubblico in via Modigliani all'Isolotto di Firenze. Prezioso e apprezzato servizio di recupero e cura. «Questa cura delle persone e delle cose, da sempre praticata nelle società conviviali come quella rom, contiene una profonda filosofia di vita, indica una vera e propria svolta di civiltà» (citazione dal libro Mani di donne in cui le donne del laboratorio raccontano la loro decennale esperienza). È una strada inconsueta quella del Laboratorio Kimeta, perché percorsa da donne, donne dell'Isolotto e donne del campo rom del Poderaccio, donne «zingare», emarginazione dell'emarginazione, perché c'è un intreccio di culture femminili, perché è una strada che si apre camminando insieme fin dal primo momento e non è affatto il frutto di un progetto precostituito, perché c'è una crescita collettiva continua che apre orizzonti nuovi per le dirette interessate e per tutti noi, per il territorio, perché è un intrinseco e consapevole superamento del campo e del dominio maschile, e infine perché funziona.
La cultura profonda dei rom, quella che i nazisti definivano asocialità genetica e quindi irrecuperabile, da annullare nei campi di sterminio, e che ora il nostro razzismo strisciante relega nell'inferno dei campi o nel limbo del folklore, ci appartiene e oggi appare forse come una risorsa per il nuovo mondo possibile. Se vogliamo recuperare la nostra umanità e ridare spazio alla speranza dobbiamo riconoscerci un po' tutti zingari.

Enzo Mazzi, il Manifesto.

Per le donne di Ciudad Juarez

openmind | 05 Agosto, 2007 03:49

Rete Nuestras Hijas Italia
2 agosto 2007
Dal 1993 a Ciudad Juárez, città di frontiera tra Messico e Stati Uniti, sono stati ritrovati centinaia di corpi di giovani donne, torturate e violentate. Si parla di seicento, settecento, di migliaia di vittime del femminicidio. In città, in corrispondenza di una triste mappa che ne segna i ritrovamenti, sono state piantate croci rosa che l'amministrazione vuole buttar giù, perché rischiano di infangare il buon nome della città che conta infiniti night club per gringos.
Nonostante le promesse da parte del governo centrale e locale, e la legge General de Acceso a las Mujeres a una Vida Libre de Violencia, la maggior parte dei casi non sono stati chiariti, né identificati i colpevoli. Sono morti rese invisibili dall'impunità, mentre non sembra aver fine il ritrovamento di cadaveri: solo dall'inizio del 2007, la cifra ufficiosa - come se ne esistesse una ufficiale - sfiora il centinaio tra cadaveri e desaparecidas.

Complici tutti: la condizione di frontiera di Ciudad Juárez; gli investimenti imprenditoriali senza etica; l'illegalità e l'intimidazione del narcotraffico; la fallibilità e la corruzione di giudici, polizia, alti funzionari ed imprenditori. Un oltraggio che percuote la memoria delle donne uccise, e che colpisce anche le altre vittime di questi crimini: i figli, che rimangono a fare i conti con la foto sbattuta in prima pagina della propria madre con i pantaloni alle ginocchia e i capelli stopposi di sangue, sperma e deserto.
L'informazione rappresenta una grave minaccia per chi sguazza nell'impunità. Le madri, i familiari, i sostenitori che lottano per chiedere giustizia, pagano a suon di minacce di morte, la denuncia di corruzione dei funzionari pubblici e del coinvolgimento nei casi di femminicidio di gruppi di narcotraffico. È di pochi giorni fa la richiesta dell'associazione delle madri Nuestras Hijas de Regreso a Casa, che dopo gli interventi internazionali ha ricevuto nuove intimidazioni, di azioni urgenti a tutela della propria incolumità.

Marisela Ortiz Rivera, tra le fondatrici dell'associazione NHRC, ha portato lo scorso maggio la propria testimonianza, prima a Cagliari, poi a Torino e a Roma, e ha incontrato a Palazzo Montecitorio un gruppo di parlamentari, che hanno chiesto a Romano Prodi di esortare il presidente messicano Felipe Calderón, in visita in Italia ai primi di giugno, ad attivare azioni di contrasto nei confronti della criminalità organizzata. È di pochi giorni fa la presentazione di una risoluzione proposta dalle stesse parlamentari, tra le quali l'on. Amalia Schirru, alla Commissione Affari esteri e comunitari della Camera dei deputati, in cui si invita il Governo a rinnovare il suo impegno "affinché vengano messe in atto le misure possibili per porre fine a questa ininterrotta e tuttora impunita catena di omicidi".
La Ortiz ha spiegato durante la sua visita in Italia, come si ritiene che dietro queste assurde morti, vi sia forse un rito d'iniziazione riservato ai componenti delle bande del narcotraffico, che scrivono la loro missiva sul corpo di giovani donne attraverso mutilazioni, torture e violazioni, marcando il territorio con decibel di urla e dolore.

La verità è che non solo sono state uccise. Non solo sono state violentate ripetutamente con oscena brutalità. Ma torturate per settimane dai loro carnefici, in un'altalena di dolore al limite della sopportazione: 5 infarti prima di morire, la pelle strappata via a pezzetti, le labbra e i seni mutilati a morsi, per un trofeo che celebra la crudeltà e la sevizia. Quanto più il carnefice riesce a prolungare il martirio della sua giovane vittima (sono numerose le bambine) tanto più può vedersi riconosciuto il suo glorioso status di malavitoso. Una promozione, firmata su un cranio reso convesso a botte.
Eppure queste giovani donne sono arrivate a Ciudad Juárez per lavorare, per pochi dollari al giorno, nelle grandi fabbriche di assemblaggio che pullulano nel territorio urbano, las maquiladoras. Queste scatole industriali sono il risultato di un accordo economico per frenare l'immigrazione messicana verso gli Stati Uniti.

Un efficace muro di confine che, assieme al filo spinato, è capace di stroncare a forza di turni massacranti quel desiderio di benessere e riscatto, che sbatte il muso qui, proprio sull'orizzonte dell'American dream. Sono lavoratrici spesso irregolari, senza altre alternative che queste fabbriche, sfruttate da investimenti imprenditoriali che ributtano sui nostri mercati quei televisori in offerta sul volantino, così economici, chissà perché.
Allora basta. Non una di più. Si accolga l'appello di azioni urgenti e la petizione online contro il femminicidio e contro le intimidazioni che subisce chi lotta instancabilmente per chiedere giustizia.

Firma la petizione: http://www.mujeresdejuarez.org
Rete Nuestras Hijas Italia. Per informazioni: nhrc.italia@gmail.com

 

 
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