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openmind | 16 Agosto, 2007 08:11

Dopo ogni rogo, impietosamente ricorrente, di bambini rom nei loro ripari di fortuna si versano fiumi di lacrime. Ma sono in gran parte lacrime di coccodrillo. Ed è pelosa la nostra coscienza scandalizzata. Di fronte ai quattro bambini bruciati in un accampamento di baracche sotto un cavalcavia a Livorno mi si consenta una qualche durezza di linguaggio. È vero che la dinamica dei fatti sembra chiamare in causa la responsabilità dei genitori ma questo non ci autorizza affatto a chiamarci fuori, né come istituzioni né come società civile. Anche e forse soprattutto nostra, di amministratori e cittadini, è la colposità, la disattenzione e l'abbandono, cioè la responsabilità per la quale la magistratura ha imprigionato i genitori. La Dieta di Augsburg, nel '400, emanava il seguente solenne decreto: «Chi uccide uno zingaro non commette reato». Probabilmente il principio vive ancora nelle incredibili politiche di razzismo strisciante verso i rom in base alle quali quasi sempre, salvo eccezione come quella del Quartiere fiorentino dell'Isolotto che ha costruito un dignitoso villaggio di casette prefabbricate, gli «zingari» vengono ammassati in discariche dismesse, fra fogne a cielo aperto e terrapieni di ferrovie, sotto i cavalcavia, in terreni fangosi d'inverno e cotti dal sole d'estate, non di rado privi di acqua e di servizi, senza lavoro e senza prospettive, privi di ogni diritto, ridotti all'apatia, alla depressione e costretti alla economia di sopravvivenza, dell'arrangiamento e della illegalità. Il danno più grande dei campi, non solo di quelli abusivi ma anche legali, oltre il sacrificio di vite umane innocenti, è il progressivo annullamento di alcuni valori che, insieme ad aspetti decisamente inaccettabili, esistono nella millenaria cultura rom. Mentre molti aspetti positivi di tale cultura dovrebbero essere riscattati e valorizzati in un processo di integrazione in cui ognuno dà il meglio di sé.
La cultura della strada, «del
camminare sotto le stelle, della musica, della rinuncia alla ricchezza,
al potere, alla scienza e alla gloria per la libertà», questa profonda
cultura zingara raccontata dalla loro memoria tramandata da secoli
forse avrà la sua rivincita e non solo per il popolo rom ma per tutti
noi. Il riscatto delle culture represse è infatti una risorsa di fronte
a questa china senza sbocco della guerra liberista di tutti contro
tutti e contro la stessa natura.
Una piccola ma densa testimonianza
di un tale emergere della speranza la troviamo nella esperienza di
«donne per le donne» che ha dato origine al laboratorio di sartoria
riparativa e stireria Kimeta aperto al pubblico in via Modigliani
all'Isolotto di Firenze. Prezioso e apprezzato servizio di recupero e
cura. «Questa cura delle persone e delle cose, da sempre praticata
nelle società conviviali come quella rom, contiene una profonda
filosofia di vita, indica una vera e propria svolta di civiltà»
(citazione dal libro Mani di donne in cui le donne del laboratorio
raccontano la loro decennale esperienza). È una strada inconsueta
quella del Laboratorio Kimeta, perché percorsa da donne, donne
dell'Isolotto e donne del campo rom del Poderaccio, donne «zingare»,
emarginazione dell'emarginazione, perché c'è un intreccio di culture
femminili, perché è una strada che si apre camminando insieme fin dal
primo momento e non è affatto il frutto di un progetto precostituito,
perché c'è una crescita collettiva continua che apre orizzonti nuovi
per le dirette interessate e per tutti noi, per il territorio, perché è
un intrinseco e consapevole superamento del campo e del dominio
maschile, e infine perché funziona.
La cultura profonda dei rom,
quella che i nazisti definivano asocialità genetica e quindi
irrecuperabile, da annullare nei campi di sterminio, e che ora il
nostro razzismo strisciante relega nell'inferno dei campi o nel limbo
del folklore, ci appartiene e oggi appare forse come una risorsa per il
nuovo mondo possibile. Se vogliamo recuperare la nostra umanità e
ridare spazio alla speranza dobbiamo riconoscerci un po' tutti zingari.
Enzo Mazzi, il Manifesto.
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