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openmind | 05 Agosto, 2007 03:49
Complici tutti: la condizione di frontiera di Ciudad Juárez; gli investimenti
imprenditoriali senza etica; l'illegalità e l'intimidazione del narcotraffico;
la fallibilità e la corruzione di giudici, polizia, alti funzionari ed
imprenditori. Un oltraggio che percuote la memoria delle donne uccise, e che
colpisce anche le altre vittime di questi crimini: i figli, che rimangono a fare
i conti con la foto sbattuta in prima pagina della propria madre con i pantaloni
alle ginocchia e i capelli stopposi di sangue, sperma e deserto.
L'informazione rappresenta una grave minaccia per chi sguazza nell'impunità.
Le madri, i familiari, i sostenitori che lottano per chiedere giustizia, pagano
a suon di minacce di morte, la denuncia di corruzione dei funzionari pubblici e
del coinvolgimento nei casi di femminicidio di gruppi di narcotraffico. È di
pochi giorni fa la richiesta dell'associazione delle madri Nuestras Hijas de
Regreso a Casa, che dopo gli interventi internazionali ha ricevuto nuove
intimidazioni, di azioni urgenti a tutela della propria incolumità.
Marisela Ortiz Rivera, tra le fondatrici dell'associazione NHRC, ha portato
lo scorso maggio la propria testimonianza, prima a Cagliari, poi a Torino e a
Roma, e ha incontrato a Palazzo Montecitorio un gruppo di parlamentari, che
hanno chiesto a Romano Prodi di esortare il presidente messicano Felipe
Calderón, in visita in Italia ai primi di giugno, ad attivare azioni di
contrasto nei confronti della criminalità organizzata. È di pochi giorni fa la
presentazione di una risoluzione proposta dalle stesse parlamentari, tra le
quali l'on. Amalia Schirru, alla Commissione Affari esteri e comunitari della
Camera dei deputati, in cui si invita il Governo a rinnovare il suo impegno
"affinché vengano messe in atto le misure possibili per porre fine a questa
ininterrotta e tuttora impunita catena di omicidi".
La Ortiz ha spiegato
durante la sua visita in Italia, come si ritiene che dietro queste assurde
morti, vi sia forse un rito d'iniziazione riservato ai componenti delle bande
del narcotraffico, che scrivono la loro missiva sul corpo di giovani donne
attraverso mutilazioni, torture e violazioni, marcando il territorio con decibel
di urla e dolore.
La verità è che non solo sono state uccise. Non solo sono state violentate
ripetutamente con oscena brutalità. Ma torturate per settimane dai loro
carnefici, in un'altalena di dolore al limite della sopportazione: 5 infarti
prima di morire, la pelle strappata via a pezzetti, le labbra e i seni mutilati
a morsi, per un trofeo che celebra la crudeltà e la sevizia. Quanto più il
carnefice riesce a prolungare il martirio della sua giovane vittima (sono
numerose le bambine) tanto più può vedersi riconosciuto il suo glorioso status
di malavitoso. Una promozione, firmata su un cranio reso convesso a
botte.
Eppure queste giovani donne sono arrivate a Ciudad Juárez per
lavorare, per pochi dollari al giorno, nelle grandi fabbriche di assemblaggio
che pullulano nel territorio urbano, las maquiladoras. Queste scatole
industriali sono il risultato di un accordo economico per frenare l'immigrazione
messicana verso gli Stati Uniti.
Un efficace muro di confine che, assieme al filo spinato, è capace di
stroncare a forza di turni massacranti quel desiderio di benessere e riscatto,
che sbatte il muso qui, proprio sull'orizzonte dell'American dream. Sono
lavoratrici spesso irregolari, senza altre alternative che queste fabbriche,
sfruttate da investimenti imprenditoriali che ributtano sui nostri mercati quei
televisori in offerta sul volantino, così economici, chissà perché.
Allora
basta. Non una di più. Si accolga l'appello di azioni urgenti e la petizione
online contro il femminicidio e contro le intimidazioni che subisce chi lotta
instancabilmente per chiedere giustizia.
Firma la petizione: http://www.mujeresdejuarez.org
Rete
Nuestras Hijas Italia. Per informazioni: nhrc.italia@gmail.com
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tel.3406839852
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