Open Mind

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Riflessioni di fine processo.

openmind | 25 Luglio, 2007 12:52

15 anni di carcere. Omicidio volontario.

Finisce così il primo grado di giudizio su Vittorio Emiliani, uno dei due assassini che il 27 agosto scorso ha ucciso Renato sul lungomare di Focene.
 
Nessuna gioia, nessuna “soddisfazione”, nessuna consolazione. Siamo andati via da quel tribunale con la tristezza negli occhi, col sangue al cervello, con tanta rabbia. I compagni, gli amici, la mamma, il fratello di Renato.  Come abbiamo sempre ribadito, non è nelle aule di un tribunale che cerchiamo o ci aspettiamo la verità. Nessuna sentenza ci ridarà il sorriso, la gioia, l’intelligenza, la vivida creatività, l’amore e la passione per la vita che tutt@ noi trovavamo ogni giorno negli occhi profondi di Renato.
 
La verità la conoscevamo già, forse anche prima di quella terribile notte. Conoscevamo la violenza cieca e stupida delle aggressioni razziste per strada, conoscevamo le lame fasciste e il sangue dei compagni, dei ragazzi, degli omosessuali, dei migranti vittime dei raid, nei centri sociali, nelle strade, nelle periferie di questa città. Conoscevamo i mandanti, lo sfondo e le motivazioni politiche delle imboscate, la viltà e l’infamità dell’intolleranza che genera mostri, conoscevamo la stupidità e l’arroganza degli autori materiali di raid e aggressioni, conoscevamo i disegni della destra, i doppiopetto in primo piano e le squadracce sullo sfondo nella notte.
 
Conoscevamo Renato. E da subito abbiamo denunciato a gran voce nella società, nelle strade e nella rete, che quella di Focene non è stata una rissa tra balordi, ma un’aggressione, un omicidio commesso da due fascistelli, giovanissimi ma cresciuti in fretta in un clima dalla lama facile fatto di intolleranza, odio e.razzismo. Non ci siamo mai nascosti dietro a un dito e, pur leggendo e denunciando le contraddizioni della giustizia dello Stato e della vendicatività inutile delle istituzioni carcerarie - sapendo che comunque la verità non si cerca nelle aule dei tribunali - da subito abbiamo detto che avremmo seguito il processo contro i due autori di quell’omicidio. Abbiamo scelto di essere presenti ad un processo estremamente difficile che fin da subito evidenziava omissioni, deviazioni nelle indagini, strane coperture, preoccupanti connivenze. La celtica tatuata sul braccio di uno degli aggressori, la parentela diretta dello stesso con un Carabiniere di istanza proprio al commissariato che ha condotto le prime indagini, il mancato ritrovamento del secondo coltello, la “strana” connivenza della cittadinanza di Focene che nulla ha visto o sentito quella notte, il fatto che il minore, ai domiciliari quasi da subito, vivesse a pochi metri dal luogo dell’assassinio con la sua famiglia.
 
Ora che il primo grado di giudizio è concluso e una pesante condanna per uno dei due assassini è stata emessa vorremmo dire, ancora una volta, la nostra e fare un bilancio della situazione con gli occhi di chi si ostina a seguire inchieste e processi come quello di Civitavecchia (come a Genova sul G8, a Ferrara per Federico Aldrovandi, a Milano per Dax e i fatti del S.Paolo) e di chi ha altre motivazioni che la "giusta pena". Di chi vuole spezzare quel sudicio e indegno apparato di potere e di disinformazione che scatta quando un episodio rischia di rivelare una verità scomoda, in modo che la volta successiva non succeda o al limite accada con qualche
 difficoltà in più.
 
Come più volte abbiamo denunciato pubblicamente fin sotto al Ministero dell’Interno, l’omissione più grave riguarda la scomparsa dei verbali con le dichiarazioni rese da Renato ai Carabinieri all’ospedale Grassi di Ostia poco prima di morire e poi riapparse sotto la pressione degli avvocati della famiglia Biagetti. I Carabinieri avevano stranamente dimenticato di trascrivere quelle parole importantissime per la ricostruzione dei fatti, e hanno poi depositato al GUP un’integrazione agli atti basata sulla memoria confusa e lacunosa di un Carabiniere di Ponte Galeria.  Poi c’è stata la richiesta di costituzione di parte civile del Comune di Roma, gesto senz’altro simbolico ma non solo, dato che Veltroni dopo l'omicidio  non si espresse mai chiaramente sulla vicenda dando adito alla famiglia Biagetti  e ai suoi compagni e amici di pensare che si volesse nascondere la vicenda per  coprire il riemergere del neofascismo, i problemi, i conflitti aperti, i disagi  della sua città-vetrina. Per rimediare e dimostrare l'interesse della giunta,  Veltroni decise di prendere posizione nel processo.
La decisione del tribunale di rifiutare quest’istanza ha favorito dunque la deresponsabilizzazione di chi, come Veltroni, su una Roma pacificata in nome del profitto sta costruendo una carriera politica e un modello di governo che non guarda solo ai confini della capitale.
Essere parte in causa, seppur defilata, in un processo che parla del disagio delle periferie romane non avrebbe aiutato certo l'operazione di immagine e anzi, avrebbe dato al processo stesso un risalto probabilmente indesiderato. Il rigetto della costituzione di parte civile, in poche parole, autorizza il Comune a credersi assolto. In secondo luogo, con la sua decisione, il tribunale manda un segnale alla politica, intesa in senso lato: le istituzioni, i movimenti, i media si tengano fuori da questa vicenda. Il giudice vuole eliminare il rischio che la vicenda di Renato suggerisca analisi e prese di posizione, che vada oltre il semplice fatto di cronaca e di tribunale: che qualcuno che non sia un testimone, un imputato o un avvocato dica la sua, foss'anche un sindaco. Già ci sono i compagni di Renato a piangere e a lottare per esprimere l'amore, la rabbia e i sogni di Renato.
Anche il rifiuto di costituzione di parte civile da parte dell’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani, si inserisce in questo quadro che diviene così ancora più grave. Noi per primi abbiamo parlato fin dall’inizio di un’aggressione, ma chiaramente non di un’aggressione premeditata e organizzata da militanti di una struttura neofascista organizzata, quanto invece di un atto forse ancor più grave e preoccupante: ovvero di un omicidio commesso per mano di giovani sicuramente simpatizzanti della destra radicale ma che hanno agito da cani sciolti, sentendosi però legittimati da un clima culturale, sociale e politico costruito ad arte da alcuni personaggi politici della destra istituzionale che in diverse forme hanno dato indicazioni politiche su “chi” colpire e criminalizzare, costruendo il comodo meccanismo del nemico pubblico numero uno. Target sociale da colpire e che secondo il peso elettorale e di consenso politico che può riscuotere di volta in volta viene sostituito a rotazione: dai centri sociali agli immigrati, dalle battaglie ipocrite contro le droghe alle campagne contro gay, lesbiche e trans. Un clima che si manifesta su più livelli. Uno macroscopico sostenuto e costruito da politici più o meno popolari come Alemanno, Storace e Berlusconi che proprio nei giorni della morte di Renato rilasciavano dichiarazioni a difesa della “nazione contro l’invasione degli immigrati”, con slogan tipo: “Italia agli italiani”. Uno intermedio, militante e meno visibile, incarnato dalle strutture della destra radicale come Fiamma Tricolore che giocando strumentalmente sull’emergenza abitativa di Roma, occupa e fa occupare ai suoi militanti palazzine e spazi abbandonati trasformandoli in covi di neofascisti dove circolano apertamente posizioni politiche e culturali dichiaratamente neofasciste. Covi come Casa Pound e altre occupazioni così dette non conformi – le OSA – o altri covi più o meno attivi come quelli di Forza Nuova, da cui molte volte partono squadracce di picchiatori e potenziali assassini che con lame e bastoni aggrediscono il loro target del momento e che sostanzialmente agiscono anche indipendentemente dal primo e macroscopico livello, ma proseguono sulla traccia della stessa traiettoria.
E poi c’è il livello sociale di una parte minoritaria di giovani e pischelli di questa città che affascinati da questo immaginario dell’aggressione infame e al buio, con le lame alla mano, più o meno gratuitamente agiscono come hanno agito i due fascistelli di focene, con un livello di consapevolezza politica molto bassa ma quanto basta per sentirsi legittimati ad agire dentro questo clima di razzismo e intolleranza.
Quindi negare la matrice politica dell’aggressione e dell’omicidio è un atto gravissimo. I due ragazzi sono infatti innegabilmente legati all’ambiente della destra del litorale romano, e la celtica tatuata ne è conferma, tanto quanto l’atteggiamento razzista e prevaricatore che ha spinto i due ad aggredire, armati di coltelli, un gruppo di ragazzi usciti da una dance-hall reggae palesemente organizzata da realtà locali di sinistra. Questa è la verità, scomoda per molti, troppi poteri, più o meno influenti.
In ultimo ci preme sottolineare come Vittorio Emiliani sia solo uno dei due responsabili diretti di quell’omicidio. Poco si parla, anche nelle aule dei tribunali, della situazione del minorenne affidato ai genitori poco dopo l’arresto, reinserito quindi a “rieducarsi” nello stesso ambiente in cui è maturato l’omicidio, con tanto di amici giovanissimi e esultanti che fin fuori al tribunale hanno dimostrato per il ragazzo la propria stima, Amoroso, diciassette – ormai diciotto - anni di Nola, è responsabile dell’omicidio e delle coltellate di quella notte tanto quanto l’Emiliani. Il gioco delle parti per rimpallarsi la responsabilità e uscirne entrambi più o meno puliti, non funzionerà perché giorno dopo giorno noi saremo insieme, compagni, amici, familiari di Renato a gridare che la verità non si cancella. Aspettiamo le motivazioni della sentenza tra 90 giorni, ma non vogliamo contribuire al clima che sembra circondare il minore, scaricando la responsabilità solo su uno dei due ragazzi.
 
Quella notte del 27 agosto ’06 a Focene due persone armate di coltelli hanno aggredito e ferito tre persone. Una, Renato, è morta. Tanta era la determinazione di uccidere.
 
Queste sono le nostre verità. Per affermare questa unica e veritiera versione dei fatti: un omicidio come atto politico, un aggressione di stampo fascista e non una rissa tra bande o tra balordi. Per questo continueremo a lottare giorno dopo giorno.
 

Col sorriso di Renato nel cuore

 

"Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti"

 

I familiari di Renato, l’ Associazione Culturale “I sogni di Renato” , i compagni e le compagne di Acrobax, gli amici e i fratelli di Renato.

 

DAI SETTANTA IN POI, COM´ERAVAMO GAY

openmind | 16 Luglio, 2007 12:57

 

Porpora Marcasciano racconta in "AntoloGaia" la crescita di un movimento fra cultura e sessualità.

Tra le tante versioni degli anni Settanta fin qui raccolte, in quel "patema testimoniale" politico o sentimentale di ogni protagonista dell´epoca, merita una citazione e soprattutto una lettura il libro di Porpora Marcasciano, sociologa, militante per i diritti dei transessuali.

Porpora vive e lavora a Bologna da anni e il suo ultimo libro si chiama «AntoloGaia. Sesso, genere e culture degli anni ‘70» (Il dito e la luna edizioni, 14 euro). E´ la storia di un decennio di Italia non ufficiale, non dichiarata: mentre si intrecciano controcultura, musica, scoperta della sessualità libera e da liberare, grandi e piccoli maestri, comincia infatti la lunga marcia per i diritti civili di gay, lesbiche e trans. Territori queer, come si direbbe oggi: un mondo che allora faceva fatica persino ad essere nominato dovendo restare "invisibile". Il libro è un diario, profondo e piacevole, che racconta, attraverso l´esperienza personale di Porpora, come quel mondo trovi forze e coscienze per emergere, per manifestarsi, per prendere la parola.

Così la scoperta della sessualità degli anni Settanta diventa anche un punto di partenza (non sempre di forza, però) perché i gay possano "uscir Fuori". Porpora, nata in un paese del Sannio (tra Benevento e Foggia), fa l´università a Roma proprio negli anni Settanta: c´è la politica, il movimento, le diatribe con gli autonomi, ala durissima e machista della protesta, ma c´è anche una vita quotidiana fatta di incontri, di scoperte (anche e soprattutto di sé). Si legge, si ascolta musica, si vive insieme.

Il libro mette in luce le difficoltà con i compagni di sinistra (così ideologicamente portati al sostegno di tutti gli oppressi ma poi irrigiditi davanti al tabù dell´omosessualità) di chi stava scoprendo i propri desideri e poi, negli anni ottanta, le divisioni del mondo gay, quando le trans venivano considerate troppo folkloristiche e poco seriose nell´approccio alla politica (scontro di vitalità diverse tra "quelle con il tacco a spillo" e "le baffe").

Da Roma Porpora si trasferisce a Bologna, racconta della casa in via Clavature, dove sopra abitavano i Gaz Nevada, e di una città comunque più libera e meno soffocata dal terrorismo rispetto a Roma. C´è la conquista del Cassero, ovviamente. Con una riflessione amara e attuale: «Chissà se oggi, in questi tempi, ce l´avrebbero dato quel posto». E partendo proprio da quell´esperienza, della centralità che allora Bologna seppe dare al movimento Glbt (gay-lesbian-trans-bisexual, come appunto si dice oggi, finiti i tempi del "circolo frocialista") è importante leggere anche «Omossessuali moderni» di Marzio Barbagli e Asher Colombo (del Mulino), edizione aggiornata del libro uscito nel 2001. In questa nuova versione, un´indagine fatta sul campo, con dati e testimonianze, approccio davvero sociologico, distaccato eppure intenso, Bologna si conferma capitale, per numeri e partecipazione. Si evidenzia, rispetto a sei anni fa, una presenza forte del movimento lesbico, visibile e attivo anche nella rivendicazione dei diritti e nella volontà di creare legami sociali (tanto che alle ragazze è dedicata la copertina). Un libro importante, anche questo. Soprattutto adesso.
 
 

di VALENTINA DESALVO Repubblica.it

Comunicato Stampa, Il Pride

openmind | 12 Luglio, 2007 19:02

 

 

 

Sabato 7 luglio 2007: ancora una volta la citta' e' stata attraversata da un serpentone allegro e colorato, ricco di musica ma anche serio e riflessivo, ironicamente provocatorio nelle istanze politiche portate in piazza.
"Ancora una volta", in quanto il GLBT Pride si tiene a Catania fin dal 2000 (vedi archivio in www.openmind.too.it), fatto troppo spesso dimenticato, grazie all'instancabile lavoro di donne e uomini che negli anni hanno fatto parte dell'associazione (solo nel 2004 il corteo non fu fatto per richiamare l'attenzione sull'atrocità della guerra, mentre nel 2005 per motivi organizzativi si preferi' una performance stanziale). Le adesioni negli anni sono state numerosissime da tutta Italia, mentre nelle realta' locale non si riusciva a superare le reciproche differenze. Solo il clima pesantemente reazionario che si sta respirando da diverso tempo in citta' - e che ha portato all'attacco squadrista al Pride dello scorso anno - e in generale in tutta la nazione - con le quotidiane affermazioni omofobe delle gerarchie vaticane che condizionano pesantemente una politica subalterna - ha portato tutte le altre sigle GLBT a lavorare con l'Open Mind in modo unitario per la realizzazione di una manifestazione che, in continuita' con il lavoro che finora essa ha svolto sul territorio, desse un forte segnale alla citta'.

"Un serpentone allegro e colorato, ricco di musica", perche' in piazza non vogliamo portare la richiesta di una vittimistica tolleranza, ma esprimere con consapevolezza ed orgoglio la dignita' della nostra esistenza in qualsiasi modo essa si realizzi. In questo, ha spiccato l'esperienza musicale e "ballerina" di alcuni componenti del comitato organizzatore.

"Ironicamente provocatorio nelle istanze politiche", come numerosi striscioni e cartelloni ci hanno mostrato, richiamando i temi della lotta alle discriminazioni e della eguaglianza giuridica, come le richieste per il matrimonio e le adozioni, assolutamente insoddisfatt* da soluzioni quali Di.Co. et similia, per diverso tempo portati avanti come un successo dalla parte istituzionale del movimento GLBT. Ma sono soprattutto laicita' dello stato, antifascismo, autodeterminazione i temi che piu' ci caratterizzano, assolutamente convinti che alla base della discriminazione omo- e transfobica ci siano le stesse ragioni economiche e sociali che portano all'emarginazione, precarizzazione, criminalizzazione di milioni di persone, che siano donne, migranti, disoccupat*, antagonist*, dissidenti e/o altro. Cosi' come siamo convinti che occorra trovare parole e forme nuove e libere per le nostre relazioni, anzicche' ricadere negli schemi che il sistema patriarcale ripropone da secoli, avvallato dalle politiche sessuofobiche delle grandi religioni monoteiste.

Ringraziamo dunque chi insieme all'Open ha messo da parte per l'occasione le singole diversita' per la realizzazione di un lavoro comune, e quant* sabato sono intervenut*, arrivando anche da molto lontano, Facciamo Breccia, le Fuoricampo di Bologna, il Mario Mieli, i vari comitati Arcigay e Arcilesbica intervenuti, e ringraziamo per la partecipazione quant*, pur non essendo parte del movimento GLBT, condividono con noi le stesse lotte, a partire dalle/dai compagn* del Coordinamento 16 settembre, che ci sono sempre vicin* e con cui e' bellissimo condividere un percorso di lavoro e contaminazione reciproca, e ancora Gigliola Toniollo, la CGIL, l'Arci, le diverse sigle politiche intervenute.

Grazie anche alle tante persone che ci hanno espresso la loro vicinanza, pur non potendo essere presenti.
Open Mind

IL GIORNO DEL GAY PRIDE

openmind | 08 Luglio, 2007 16:44

 
 
UN CORTEO RUMOROSO E ALLEGRO SFILA IN UNA CITTA' CIVILE
"Il Pride appartiene a tutti: è lotta per la libertà"
 
L'anno scorso i fascisti di Forza Nuova volevano fermarli e quest'anno erano di più, di gran lunga di più: gay, lesbiche, transessuali, bisessuali ed eterosessuali insieme per rivendicare l'eguaglianza dei diritti e la laicità dello Stato. Un corteo allegro e rumoroso, pieno di vita, colorato da centinaia di bandiere arcobaleno e rosse che si muovevano al ritmo di musica. E tra slogan canti e balli i catanesi hanno assistito alla manifestazione con il sorriso sulle labbra e il videotelefono in mano, tolleranti e civili. Perché il Pride è anche questo: educazione alla tolleranza.
IL GIORNO DEL GAY PRIDE
Bandiere, musica, canti, balli e slogan di protesta contro il clericalismo. Tanta allegria e niente rabbia. Anche i passanti hanno accolto divertiti e tolleranti la colorata carovana
 
Una festa allegra in una città civile
In corteo per rivendicare insieme l'uguaglianza dei diritti e la laicità dello Stato
 
Il corteo arcobaleno irrompe nella via dello shopping e trascina tutti in un vortice di allegria. In strada si canta, si balla, si ride. E si protesta e si lotta, ma senza rabbia. Oggi l'orgoglio in movimento è mostrare di esserci e di essere pieni di vita, di risorse, di energia. Oggi sfilare lungo via Etnea per il "Gay Pride 2007" è un momento di rivendicare, per tutti, alcuni valori fondamentali di uno Stato democratico: laicità, autodeterminazione, lotta alle discriminazioni, uguaglianza giuridica, cioè diritti. Una sferzata allegra e scanzonata alla politica bacchettona e ipocrita, a chi, per calcolo e convenienza, accetta i dictat clericali. Una manifestazione, infine, unitaria. Tutte insieme, a differenza dell'anno scorso, le quattro sigle che a Catania rappresentano il movimento gay lesbico transessuale bisessuale - Arcigay, Open Mind, Pegaso e Agedo - "perché quando il pericolo è grande l'unione fa la forza". Ed anche i giovani dei vari partiti di sinistra stanno insieme, auspicio e annuncio della futura unità.
Il corteo è una selva di bandiere rosse e arcobaleno che si agitano al ritmo della musica insieme a decine di striscioni. I radicali sfilano con cartelli tutti uguali: un manifesto politico in slogan, "No Vatican, no taliban", "Anche una coppia gay è famiglia", "No concordato, no 8 per mille". Un posto, alla testa del corteo, se lo aggiudica lo striscione che apriva il Pride dell'anno scorso: "Froci sempre, fascisti mai". Ormai è un pezzo di storia, memoria dell'aggressione e del tentativo di Forza Nuova di bloccare la manifestazione "orgoglio antifascista". In molti, quest'anno, hanno deciso di esserci proprio per questo, in risposta alle minacce di allora, per rivendicare la libertà di pensiero, di espressione, di vita. Ma dei fascisti, quest'anno, neanche l'ombra. Dissuasi dallo smacco subìto e dalla discreta ma attenta presenza delle forze dell'ordine che hanno vigilato sul corteo allontanando i bulletti di turno. I partecipanti notano e ringraziano. "La nostra è una cultura di gioia, di vita, non quella dei fascisti che di giorno vestono giacca e cravatta e di notte vanno a colpire chi reputano diverso", grida una donna da uno dei due camion in sfilata. E dalla folla si alza un coro: "Orgogliosamente lesbiche, gay, trans? Sìììì. Antifascisti? Sempre".
Intanto la festa prende il sopravvento. I due camion scoperti sono palcoscenici mobili dove si esibiscono trans e ragazzi e ragazze scatenati in balli travolgenti. Lanciano in aria fischietti e ventagli. I passanti li acchiappano e il corteo è tutto un fischiare e uno sventolarsi seducente, provocatorio, irridente. Tutto il corteo vibra. Chi ride, chi canta, chi balla, chi fa il trenino, chi agita la mitra che porta sulla testa, chi sguaina spadoni di plastica che non fanno male ma bollle di sapone. L'ironia dei catanesi fa il resto, compresa l'irriverente esposizione di drappi ai balconi, come per le processioni religiose. I presenti guardano divertiti, condiscententi: "Se non fanno male a nessuno...", "Se c'è l'amore... meglio che stare con chi non si sopporta". "Non mi piace, ma se penso alla mia fidanzata, mi chiedo se ho il diritto di precludere ad altri la felicità che provo io". Nessuna aggredisce, nessuno insulta. Il ripetersi di questi appuntamenti serve anche a questo: ad aprire la mente, a smussare i pregiudizi. Tant'è che i più sorridono divertiti e videofotografano.
Ad attirare l'attenzione è soprattutto una coppia di ragazzi in coppola nera, come il gilet e gli occhiali. Sembrano i mafiosi dei telefilm. "Invece siamo veri masculi siciliani. E gay". Stanno sul sedile posteriore di una Lancia Delta decapottata, tinta in rosa confetto e avvolta di tulle bianco. E' la macchina degli sposi e gli sposi sono loro. Non a caso tema del giorno è il matrimonio tra omosessuali. "E' il momento di uscire dalla fase infantile - dice un attivista della prima ora, del Fuori di Pezzana -. Il matrimonio non è legato soltanto a problemi pratici relativi all'assistenza e alla successione: è in gioco l'uguaglianza dei diritti. E sta a noi dare dignità a questo povero Stato attraverso una seria lotta anticlericale".
Man mano che il corteo avanza gli organizzatori si guardano felici. Sono tanti, sono più degli anni scorsi, più di quanti sperassero: circa 1.500, secondo la polizia, oltre 2.500, secondo i loro calcoli. Un successo. Tanto più in una città silente e ripiegata su se stessa, una città che non partecipa più alle manifestazioni di piazza. Così, tra i militanti di Sinistra e i sindacalisti della Cgil, le battute si sprecano: "L'anno prossimo facciamo anche il 25 aprile gay", propone una compagna che fa sconsolati paragoni.
Eppure anche in questo corteo i politici sono pochi, pochissimi. C'è il parlamentare dei Ds e presidente onorario dell'Arcigay Franco Grillini, e ci sono il senatore di Rifondazione Santo Liotta, il segretario cittadini dei Ds Luca Spataro e il deputato dei Comunisti Italiani Orazio Licandro. Perché così pochi? "E' segno di una provinciale subalternità alle gerarchie ecclesiali - commenta quest'ultimo -. Ma se sul tema della conquista dei diritti, e in un periodo in cui è a rischio il principio di laicità dello Stato, hanno paura di incorrere nelle ire dei vescovi, allora smettano di fare politica e si dedichino al volontariato". Eppure un sacerdote al corteo c'è, con la croce di legno ben visibile al petto. "Perché sapere e capire è comunque importante". Il Gay Pride è anche questo.
Pinella Leocata
 

Catania Antifascista

openmind | 06 Luglio, 2007 15:06

7 luglio Catania Pride '07
Il coordinamento antifascista "16 settembre" vi invita a partecipare
al  Catania Pride '07, sabato 7 luglio con appuntamento alle ore 17.30
in piazza Borgo. Dopo il tentativo di bloccare il corteo compiuto dai
neofascisti lo scorso anno, crediamo sia necessario affermare ancora
una volta l'importanza di manifestare le proprie idee e le proprie
rivendicazioni in sicurezza nella nostra città. Per questo ci
auspichiamo che tutti siano accanto alle organizzazioni che promuovono
il Pride per mandare un messaggio di solidarietà a loro e
contemporaneamente mandarne uno altrettanto forte a chi crede che con
la violenza e l'odio si possa dettare legge in questo Paese e si possa
impedire la libertà di espressione (e i recentissimi episodi di Roma al
termine del concerto della Banda Bassotti sono una ulteriore
dimostrazione di quale sia il modo di pretendere visibilità portato
avanti dall'estrema destra)
Lo spezzone del coordinamento antifascista "16 settembre" sarà aperto
dallo striscione "Liberi di amare, liberi di lottare"

Il documento politico del Catania Pride 2007 lo trovi all'indirizzo:
http://open-mind.noblogs.org/post/2007/06/01/7-luglio-2007-documento-
politico-catania-pride
o: http://www1.autistici.org/openmind/documento%20pride%202007.doc

Per aderire alla piattaforma politica del Catania Pride 2007, potete
inviare un’email all'indirizzo open.mind@tiscali.it

Coordinamento "16 settembre" Catania

Facciamo Breccia aderisce e partecipa al Pride di Catania

openmind | 05 Luglio, 2007 17:53

/Facciamo Breccia/ aderisce e partecipa al Pride di Catania che si 
svolge sabato 7 luglio nella città etnea. Il pride catanese ribadisce i
concetti di parità dignità laicità che lo scorso 16 giugno hanno portato
per le strade di Roma un milione; inoltre riteniamo che questa
manifestazione rivesta una particolare importanza dopo che l?edizione
dello scorso anno subì l?aggressione fascista di Forza Nuova. Infatti un
anno fa un manipolo di neofascisti appartenenti per lo più a Forza
Nuova, ma anche a Fiamma Tricolore, cercava di impedire lo svolgimento
del Catania Pride 2006. Open Mind, in collaborazione con /Facciamo
Breccia /e i centri sociali catanesi, organizzò il 16 settembre seguente
la manifestazione /Orgoglioso Antifascismo/ che portò in piazza la
Catania civile che oggi si riunisce nel Coordinamento che ne ricorda la
data. Quindi per noi il Pride di Catania ha un duplice valore: il
ricordo dell?orgoglio di trans, lesbiche, e gay che il 28 giugno 1969 si
ribellarono a New York alle vessazioni della polizia e il medesimo
orgoglio di lesbiche, gay e trans catanesi che il 28 giugno 2006
resistettero al tentativo fascista di ricacciarli/e nel silenzio e che
il 16 settembre riconquistarono le strade della città etnea, insieme ad
un più vasto movimento antifascista.

Sempre più frequenti e violente sono state in questo ultimo anno le
aggressioni di matrice fascista contro lesbiche, gay, trans e contro
tutte le soggettività non conformi al pensiero dominante ? degli ultimi
giorni l?attacco squadrista alla manifestazione dell?estate romana ?Roma
incontra il mondo? e il tentativo di assalto della tre giorni anarchica
a L'Aquila - aggressioni che aumentano parallelamente all?inasprirsi
della campagna di istigazione all?odio e alla violenza delle gerarchie
vaticane contro le soggettività che lottano per
l?autodeterminazione. Noi da tempo denunciamo la gravità dello
squadrismo di destra che lo scorso anno ha specificamente attaccato il
movimento glbt attrverso l'operazione da loro denominata "Vento
dell'est" per richiamarsi a quanto i gruppi neonazisti stanno facendo in
Russia.

Il clima nel nostro paese è reso sempre più plumbeo dalla subalternità
della classe politica ? di destra e di sinistra ? ai diktat vaticani,
dalla riproposizione violenta di un modello patriarcale e
autoritario che vuole controllare corpi e stili di vita, dalla
precarizzazione del lavoro e delle vite imposta dal modello neoliberista
che vede nella guerra il suo completamento.

Per tutti questi motivi /Facciamo Breccia/ invita tutte/i/*, a
prescindere dal proprio orientamento sessuale o identità di genere, a
manifestare al pride catanese per rivendicare PIU? AUTODETERMINAZIONE,
LAICITA?, ANTIFASCIMO, MENO VATICANO!
 
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