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openmind | 16 Aprile, 2007 14:31
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Era nato nel 1983 Iqbal Masih e aveva quattro anni quando suo padre decise di venderlo come schiavo a un fabbricante di tappeti. Per 12 dollari.
E' l'inizio di una schiavitù senza fine: gli interessi del "prestito" ottenuto in cambio del lavoro del bambino non faranno che accrescere il debito.
Picchiato, sgridato e incatenato al suo telaio, Iqbal inizia a lavorare per più di dodici ore al giorno. E' uno dei tanti bambini che tessono tappeti in Pakistan; le loro piccole mani sono abili e veloci, i loro salari ridicoli, e poi i bambini non protestano e possono essere puniti più facilmente.
Un giorno del 1992 Iqbal e altri bambini escono di nascosto dalla fabbrica di tappeti per assistere alla celebrazione della giornata della libertà organizzata dal Fronte di Liberazione dal Lavoro Schiavizzato (BLLF). Forse per la prima volta Iqbal sente parlare di diritti e dei bambini che vivono in condizione di schiavitù. Proprio come lui. Spontaneamente decide di raccontare la sua storia: il suo improvvisato discorso fa scalpore e nei giorni successivi viene pubblicato dai giornali locali. Iqbal decide anche che non vuole tornare a lavorare in fabbrica e un avvocato del BLLF lo aiuta a preparare una lettera di "dimissioni" da presentare al suo ex padrone.
Durante la manifestazione Iqbal conosce Eshan Ullah Khan, leader del BLLF, il sindacalista che rappresenterà la sua guida verso una nuova vita in difesa dei diritti dei bambini. Così Iqbal comincia a raccontare la sua storia sui teleschermi di tutto il mondo, diventa simbolo e portavoce del dramma dei bambini lavoratori nei convegni, prima nei paesi asiatici, poi a Stoccolma e a Boston.
"Da grande voglio diventare avvocato e lottare perché i bambini non lavorino troppo". Iqbal ricomincia a studiare senza interrompere il suo impegno di piccolo sindacalista.
Ma la storia della sua libertà è breve. Il 16 aprile 1995 gli sparano a bruciapelo mentre corre in bicicletta nella sua città natale Muridke, con i suoi cugini Liaqat e Faryad.
"Un complotto della mafia dei tappeti" dirà Ullah Khan subito dopo il suo assassinio. Qualcuno si era sentito minacciato dall'attivismo di Iqbal, la polizia fu accusata di collusione con gli assassini. Di fatto molti dettagli di quella tragica domenica sono rimasti poco chiari
Con i 15 mila dollari del Premio Reebok per la Gioventù in Azione ricevuti nel dicembre '94 a Boston, Iqbal voleva costruire una scuola perché i bambini schiavi potessero ricominciare a studiare...
Ma la storia di Iqbal non finisce quel giorno. Continua in tutti coloro che hanno ascoltato e ripreso la sua denuncia. Ed oggi moltissimi uomini, maghi di bontà, continuano la sua opera. Iqbal non potrà diventare avvocato per aiutare i bambini. Ma noi siamo qui, e il viso dolce e gli occhi tristi di Iqbal ci chiamano. A proseguire la sua opera. Perché per occuparsi dei bambini sfruttati non ci sia bisogno di un nuovo Iqbal. Ricordiamocelo quando compreremo tappeti di dubbia provenienza la prossima volta. Ogni volta che compreremo quei tappeti, avremo offeso il ricordo di Iqbal. E avremo contribuito a proseguire la catena di egoismo e sfruttamento che lo ha ucciso. E sfrutta tantissimi bambini ancora oggi.
"Il sedici aprile 1995 Iqbal Masih è stato assassinato, nella sua terra, nella nostra terra. Il suo sogno è stato spezzato. I bambini continuano a lavorare. A milioni ed in tutto il mondo, anche qui dove vivete voi. - si ferma un attimo, si muove un po' - Ma qualcosa di Iqbal e rimasta ed ha corso, ha viaggiato, proprio come ha fatto lui, ed è arrivata dentro tutti noi; non so come spiegarlo ma è qualcosa di caldo, come una fiammella che arde e brucia lentamente. - si ferma un altro secondo - Cari amici, non permettete a niente di spegnere quella fiammella. Non dimenticate, quando state cercando di cambiare le cose, quando lottate per un ideale, la sentirete bruciare più forte, vi prenderà lo stomaco.
Adesso lo sapete cosa è: e' Iqbal che lotta e vive insieme a noi."
I nostri amici del centro Iqbal Masih Librino propongono una settimana di iniziative contro il lavoro minorile, ancora molto diffuso a catania.
«Non ho paura del mio padrone. Ora è lui ad aver paura di me»
(Iqbal Masih)
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