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L'Europa degli omofobi

openmind | 03 Aprile, 2007 10:24

Un sondaggio della Commissione europea punta il dito contro le
discriminazioni: quelle per orientamento sessuale sono tra le più diffuse. E
al primo posto c'è l'Italia.

[di Giulio Maria Corbelli ]

 

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Eccola qui l'Europa del terzo millennio.
Quasi quattrocento milioni di persone, due terzi delle quali
convinte che per un gay o una lesbica sia difficile dichiararsi.

Ventisette nazioni in cui, dove più dove meno, l'omosessualità è
ancora un tabù radicato.

Un continente accomunato dalla convinzione che poco si faccia
per combattere la discriminazione legata all'orientamento sessuale.

Il  sondaggio "Eurobarometer", condotto su richiesta della
Commissione Europea, mette a fuoco la percezione della discriminazione
nell'Europa unita, e il ritratto che traccia non è dei più incoraggianti.


           Nel 2000 sono state emanate due direttive, la 43 e la 78
(rispettivamente dedicate all'equità razziale e alle pari opportunità sul
luogo di lavoro), per proibire disparità di trattamento basate su sei forme
di discriminazione (sesso, origini etniche, credo personale, età, disabilità
e orientamento sessuale).

     Nonostante queste direttive, però, in molte nazioni la realtà è
ancora tutt'altro che rosea. E il nostro Paese si trova, come spesso accade,
nei vagoni di coda: "L'Italia ha in questo campo una legislazione meno
efficace di quella di Ungheria e Romania, dove almeno esistono organismi
specifici di lotta alla discriminazione", spiega Riccardo Gottardi,
co-presidente di ILGA-Europe, l'organismo che rappresenta le associazioni
gay e lesbiche nazionali presso le istituzioni europee.

Se si parla di discriminazione per orientamento sessuale,
l'Italia vanta nel sondaggio di Eurobarometer un primo posto assoluto: il 73% dei
nostri connazionali crede che essa sia largamente diffusa nella società,
seguito dal 72% dei ciprioti, dal 68% dei greci e dal 67% dei portoghesi.

Un primato poco lusinghiero di cui non è difficile intuire le motivazioni. "Dare la colpa al Vaticano sarebbe banale anche se certamente non sbagliato", commenta ancora Gottardi , "ma il vero problema è
l'insipienza
della nostra classe politica. Non c'è nessun leader capace di mostrare un
minimo scatto d'orgoglio rispetto alle ingerenze cattoliche. Quando la
Francia approvò i Pacs, ormai quasi dieci anni fa, il governo francese non
perdeva occasione per vantarsene nelle sedi internazionali; la legge sulle
unioni di fatto in Italia, qualunque forma prenderà, non sarà presentata con
orgoglio da nessuno".


          Eppure la maggioranza della popolazione si rende conto del grave
deficit esistente a livello legislativo: tre quarti degli intervistati
sarebbe favorevole a misure specifiche che garantiscano in Italia pari
opportunità a gay e lesbiche sul luogo di lavoro, ritenute utili invece solo
dal 66% degli europei. Leggi insomma che rimedino alla condizione
sfavorevole vissuta nella società: essere omosessuali è infatti, secondo i
nostri connazionali, al quarto posto degli svantaggi sociali dopo la
disabilità, le origini Rom o la diversa etnia. La percentuale di chi la
pensa così nel Bel Paese raggiunge il 63%, ben al di sopra della media
continentale, che si ferma al 54%.



I risultati poco lusinghieri raggiunti dall'Italia  nell'Eurobarometer,
però, potrebbero rivelarsi meno negativi di quello che sembri: se si
osserva, infatti, che in Estonia solo il 26% degli intervistati crede che la
discriminazione di gay e lesbiche sia largamente diffusa (ma c'è anche un
agghiacciante 22% di persone che non sanno cosa rispondere alla domanda), si
comprende che almeno in Italia di orientamento sessuale se ne discute.


      Uno dei problemi più diffusi relativi a questo argomento è
infatti la visibilità: di omosessualità non si deve parlare, i gay e le
lesbiche non esistono e quindi non possono essere discriminati.


         Questa lettura giustificherebbe le percentuali superiori all'80%
di cittadini dell'Europa meridionale che credono che l'omosessualità sia un
tabù: la pensa così l'86% degli abitanti di Cipro, l'85% dei greci e l'83%
dei portoghesi. Sulle sponde del Mediterraneo si salva solo la Spagna, dove
meno della metà degli intervistati crede che questo tabù esista ancora.


           Ma ci sono altri segnali che mettono in evidenza il problema
della visibilità: oltre al caso già citato dell'Estonia, sono molti i paesi
dell'est in cui pochi vivono l'orientamento omosessuale (altrui) come una
condizione problematica. Se solo il 32% dei lettoni crede che la
discriminazione di gay e lesbiche sia una realtà diffusa: evidentemente
nessuno ha informato il restante 68% dell'indifferenza con cui la polizia di
quel paese assiste ai linciaggi pubblici che gli attivisti devono subire
appena mettono il naso fuori dalla loro sede. Meno male che ci sono i
giovani: sono loro infatti ad alzare le percentuali di coloro che
considerano la discriminazione per orientamento sessuale un fenomeno
diffuso, mentre chi ha più di 55 anni continua a considerarla un argomento
inesistente.




           In tutto questo cosa fa l'Unione Europea per superare le
discriminazioni nella società, oltre naturalmente a realizzare
interessantissimi sondaggi? "Ben poco", è costretto ad ammettere anche il
co-presidente di ILGA-Europe. "Il Parlamento europeo, che nel 2000 e 2001
aveva approvato importanti risoluzioni, ora è fermo su tutto, e su questi
argomenti in particolare: dopo le ultime elezioni la composizione è cambiata
e ora la maggioranza è di centro-destra, se non proprio di destra.


           Le incertezze nate dopo la bocciatura del trattato rendono tutto
più difficile e costringono a mediazioni complicatissime: pensate che solo
dopo le violenze contro i Pride in Polonia e a Riga è stato possibile far
approvare risoluzioni che non fossero generiche ma richiamassero questi
paesi al rispetto dei diritti umani".




           Nessun aiuto dalle istituzioni europee, nessun impegno da parte
della politica nazionale: la lotta alla discriminazione per orientamento
sessuale sembra quindi un problema destinato solo ad aggravarsi.


           Lo ha già constatato quasi un italiano su due secondo cui, come
rivela Eurobarometer, la discriminazione per orientamento sessuale è oggi
più diffusa di quanto non lo fosse cinque anni fa.

 

 
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